Questo
convegno internazionale ha lo scopo di porre per la prima
volta a confronto, con sistematicità e con aggiornate
e coerenti metodologie di analisi, i modelli e le tecniche
d'impianto delle nuove fondazioni realizzate in ambito
europeo in età tardo-medievale. La novità, rispetto ai
numerosi studi dedicati alle singole regioni e agli stati
nazionali, e alle poche sintesi generali, consiste sopratutto
nell'approfondimento delle intenzioni progettuali, delle
componenti geometriche e figurative, degli aspetti metrologici;
tenendo conto dei reciproci influssi tra differenti aree
culturali, dei prototipi e dei casi particolari, del rapporto
tra pratiche diffuse e personalità dei singoli architetti
- urbanistici. Fondamentale è, in questo campo, la comprensione
e la ricostruzione delle diverse fasi che danno origine
ad un nuovo insediamento fondato con rigidi criteri di
regolarità, dallo schema complessivo al tracciamento della
pianta con le strade, piazze, lotti edificabili, spazi
destinati alla principali costruzioni pubbliche, alle
mura ecc. Di particolare interesse è anche la singola
casa, nelle sue varianti tipologiche e metrologiche e
nei condizionamenti dovuti alle tradizioni costruttive
e ai materiali locali. Questa nuova impostazione degli
studi non sarebbe stata possibile senza una adeguata preparazione
e senza una rigorosa omogeneità di intenti; e si deve
sopratutto ai giovani studiosi - Dottori di Ricerca e
Dottorandi in "Storia della Città" dell'Università di
Roma "La Sapienza", primo in campo internazionale- se
il convegno può avvalersi di un gran numero di ricerche
appositamente eseguite per l'occasione, in Italia e all'estero.
Da queste indagini innovative, dal contributo degli studiosi
stranieri e dalle rielaborazioni critiche di docenti che
da anni, nelle facoltà di architettura italiane si dedicano
allo studio delle città nuove medievali, ci attendiamo
un estensivo e approfondito aggiornamento metodologico.
E' giusto che questo rinnovamento degli studi parta da
San Giovanni Valdarno, il cui progetto arnolfiano rappresenta
un vertice nella qualità urbana, e dalla Toscana, regione
ricca in ogni settore della produzione artistica e che
si trova in posizione centrale rispetto all'insieme delle
culture e delle influenze europee e mediterranee.
Enrico
Guidoni
Le
Terre nuove fiorentine del Valdarno superiore: preesistenze,
programmi, realizzazioni.
Carlo
Fabbri
Tra
la fine del XIII secolo e la prima metà del XIV il "Comune
e Popolo" di Firenze assume il controllo quasi totale
del Valdarno superiore, territorio strategico di incontro-scontro
a sudest con la città di Arezzo e ad ovest con quella
di Siena, collegata alla valle dell'Arno da una serie
di strade che scavalcano i monti del Chianti. Le giustificazioni
"ideologiche" di quella che è in realtà una vera e propria
conquista "coloniale", primaria concausa della fondazione
delle "terre nuove" valdarnesi, sono riassunte con queste
parole da quella sorta di "intellettuale organico" della
repubblica fiorentina e della parte guelfa che è Giovanni
Villani: "il popolo per meglio fortificarsi in contado,
e scemare la forza de' nobili e de' potenti del contado,
e spezialmente quella de' Pazzi di Valdarno e degli Ubertini
ch'erano Ghibellini, si ordinò che nel nostro Valdarno
di sopra si facessono due grandi terre e castella... e
francarono tutti gli abitanti de' detti castelli per X
anni d'ogni fazzione e spese di Comune, onde molti fedeli
de' Pazzi e Ubertini, e di quegli da Ricasoli, e de' Conti,
e d'altri nobili, per esser franchi si feciono terrazzani
de' detti castelli; per la qual cosa in poco tempo crebbono
e multiplicaro assai, e fecionsi buone e grosse terre";
queste espressioni del cronachista sono facilmente comprensibili
perché vengono da un uomo di parte, ma anche in un documento
ufficiale, come la "provvisione" del 2 aprile 1337, con
la quale si ordina la costruzione di Castel Santa Maria
(Terranuova), si può leggere che i popoli "spontaneamente"
sottomessisi a Firenze e futuri "terrazzani": redierunt
ad solitam obedientiam comunis et populi civitatis Florentie,
velut filius ad ubera pie matris. In realtà i fedeli "de'
nobili e potenti del contado" si erano "affrancati" da
tempo da quelli che Firenze definiva "tirranni, vel alii
iniusti domini"; lo dimostra se non altro il caso di Pianalberti
(sul quale sarebbe stata fondata San Giovanni in Altura
e i cui resti sono affiorati in occasione di recentissimi
scavi); i suoi abitanti, già prima del 1202, si erano
costituiti in podesteria; a quell'epoca essi si autogovernavano
con un consiglio di sei membri che si alternava al potere
ogni sei mesi mentre le sue più importanti decisioni venivano
ratificate dall'assemblea dei capi famiglia riuniti nella
chiesa di San Lorenzo. Che dire poi dei "consoli" del
castello di Ganghereto, documentati già in una pergamena
del 1159 e rettori di quel popolo i cui discendenti nel
1337 sarebbero dovuti andare ad abitare in Castel Santa
Maria? Coloro ai quali si intendeva "scemare la forza",
al momento della costruzione delle terre nuove, in genere
non controllavano più direttamente i territori da cui
si dovevano "sottrarre" loro gli abitanti, oppure erano
"amici" dei Fiorentini come i Ricasoli, i monaci di Santa
Maria in Mamma (dai quali dipendeva il castello di San
Mariano) o i conti Guidi di fede guelfa; la loro unica
colpa era quella di voler mantenere antichi privilegi
bannali: lo dimostra il fatto che i Ricasoli si sarebbero
schierati coi Fiorentini al tempo della spedizione in
Toscana dell'imperatore Enrico VII. È lo stesso Villani
ad ammettere indirettamente i veri motivi dell'offensiva
contro i "magnati" riferendosi ai conti Guidi con questi
termini: "E·cciò fu grande ingratitudine, con forza del
popolo di Firenze, e poco si ricordarono de' servigi fatti
per li loro anticessori al Comune e popolo di Firenze
e parte guelfa". Dato che gli Ubertini non possedevano
più l'avito castello di Gaville e si erano ritirati nel
contado aretino, i Pazzi di Valdarno erano forse gli unici
ghibellini rimasti nella zona ad essere interessati allo
scontro coi Fiorentini, perché mantenevano ancora il dominio
su pochi castellucci alle falde del Pratomagno, ma avevano
perduto gli importanti borghi pedemontani di Montefortino,
Montemarciano, Poggitazzi, Persignano e Piantravigne sulla
via "Sancti Petri" in direzione di Arezzo (l'antica romana
"via Clodia"). Fu proprio con l'occupazione violenta di
Persignano, di Piantravigne e della stessa Castelfranco,
in fase di costruzione sull'antica Soffena, che il tristemente
famoso Carlino de' Pazzi (per il quale Dante prenoterà
un posto fra i traditori dell'Inferno) dette molto filo
da torcere ai Fiorentini, coi quali peraltro finì poi
con l'accordarsi "per moneta che n'ebbe": forse, proprio
a causa di questi accordi, la terra nuova di Castelfranco
risultò alla fine di proporzioni ridotte e i popoli della
sua lega-podesteria continuarono ad abitare nei loro vecchi
insediamenti montani evitando di emigrarvi nonostante
le "franchigie". Anche nella terra nuova di San Giovanni
rimasero molti spazi vuoti, nonostante si fosse cercato
di conservare un segno di identità ai popoli che vi erano
emigrati, più o meno forzatamente, sistemando ciascuno
di essi in un distinto quartiere orientato per quanto
possibile in direzione del suo luogo di origine. La nuova
chiesa di tutto il castello dedicata al Battista non fu
sufficiente ad amalgamarli in un'unica "comunitas" e molti
dei "terrazzani" continuarono a sentirsi per almeno un
secolo e mezzo degli "spiantati". Forse per questo i successori
di Arnolfo apportarono al progetto, a lui attribuito dal
Vasari per le due più antiche terre nuove valdarnesi pianificate,
alcune modifiche sostanziali: in ogni quartiere della
terza e ultima, Castel Santa Maria, furono ad esempio
ricostruite, a partire dal 1337, delle chiese dedicate
agli stessi santi che si veneravano nei castelli di origine:
"ecclesia sanctorum Pauli et Blaxii de Mori, nunc sita
in castro Sancte Marie" si legge in una pergamena del
1367.
Dagli
Svevi agli Angioini nella Puglia medievale: Manfredonia
Giancarlo
De Pascalis
Nonostante
una "incerta" storiografia urbanistica metta ancora in
dubbio la originalità singolare ed innovativa delle città
medievali ad impianto ortogonale in nome di una mancata
progettualità iniziale, bisogna invece dar atto - soprattutto
in merito alle città fondate in epoca federiciana e angioina
- dei fondamentali apporti metodologici condotti da E.
Guidoni (Storia dell'Urbanistica. Il Duecento, Bari 1989,
pp. 61-82) sullo sviluppo e sulle tematiche inerenti le
città fondate dagli Svevi nel sud Italia, in qualche caso
successivamente portate a termine in epoca angioina. Tra
gli esempi citati, spicca la città di Manfredonia, definita
"un prototipo ancora poco studiato di una urbanistica
insieme moderna e coloniale" (Guidoni, cit. p. 82), peraltro
l'unica che del periodo Svevo che manterrà - sin anche
nel "toponimo" - la memoria del committente, nonostante
i continui intenti dei re Angioini di eliminarne anche
negli atti documentari la "presenza". Bisogna comunque
sottolineare che la storia circa la fondazione e progettazione
della città si è basata sinora su "cronache medievali",
spesso ritenute apocrife (alcune riapprofondite anche
di recente), che sin dal cinquecento ne hanno enfatizzato
la committenza da parte di Manfredi. Ci occuperemo pertanto
di stabilire, attraverso l'indagine documentaria pervenuta
dall'edizione dei Registri Angioini e da altri documenti
editi del periodo (si rammenta l'incendio che distrusse
il grandioso Archivio di Napoli ma anche la conquista
turca del 1620 che a Manfredonia distrusse gran parte
dell'Archivio comunale), ed il raffronto con l'analisi
della planimetria urbana esistente, quanto ci sia di corrispondente
tra i dati di archivio e quelli planimetrici con la comparazione
di esempi coevi. L'analisi verrà condotta utilizzando
le unità di misura utilizzate del periodo nell'area meridionale
(in particolare "il piede" ed "il braccio" di Foggia,
ritrovati incisi su un portone d'accesso di un'Abbazia
poco lontana da Manfredonia, nonché su un atto notarile
dell'epoca), rapportati al "passo napoletano" (conservato
in bronzo nel Duomo di Napoli) ed alla "canna napoletana"
segnalata dai documenti. Saranno anche analizzate le motivazioni
economiche e sociali che portarono alla fondazione (secondo
gli storici, lo spostamento della antica città di Siponto
per motivi di malaria e di terremoti in una nuova area
più sicura), la scelta del sito, nonché le proporzioni
e la scelta dell'estensione. Ma soprattutto la volontà
di formare un modello nuovo staccato dagli aspetti tradizionali
della cultura del luogo pur nella continuità con alcuni
esempi già voluti da Federico quali Augusta e Eraclea-Terranova
(oggi Gela). La ricerca si è quindi soffermata sulla formazione
della piazza centrale e di quelle minori, della localizzazione
dei grandi edifici pubblici e conventuali sino al castello
collocato angolarmente. Si cercherà di stabilire insomma
quanto della volontà progettuale degli Svevi sia rimasta
(consideriamo che Manfredi morirà nel 1266 appena cinque
anni dopo la probabile fondazione) e quanto sia stato
modificato o rielaborato dagli architetti che ivi vi lavoravano
per gli Angioini (tra tutti Pierre d'Argicourt e le maestranze
pugliesi tra i quali non va dimenticato il più noto Nicola
Pisano). Ma probabilmente Manfredonia rappresenta un modello
funzionale di città portuale la cui sapiente linearità
ed il cui modello progettuale rimarrà talmente vincente
da ricondursi come "trade d'union" nel complesso passaggio
tra l'idea simbolica di stato laico voluto dagli Svevi
e dalle oculate decisioni commerciali e mercantili operate
dagli Angioini (non ultima in Manfredonia l'abolizione
delle tasse sui materiali trasportati via mare), che ne
affretterà rapidamente le operazioni di realizzazione
e ne rafforzerà gli scambi economici nell'area adriatica,
iniziando quel processo di spostamento degli interessi
con l'Oriente che vedrà la sua concretizzazione con la
politica degli Aragonesi.
Cittaducale
Flavia
Festuccia
Secondo
Sebastiano Marchesi Cittaducale sorge per volere di Carlo
II d'Angiò nell'anno 1308 al fine di contrastare il potere
espansivo della città di Rieti, posta a confine con il
territorio dell'Aquila, e quindi del Regno di Napoli.
L'esigenza nasce per volere reale e per la richiesta degli
abitanti il territorio di confine soggetti continuamente
a scorrerie, furti e violenze, ma soprattutto alle tassazioni
dei Baroni Bertoldo e Rinaldo (presumibilmente di Hurselinghen,
duchi di Spoleto), che, approfittando di un privilegio
reale, spadroneggiavano nel territorio. Una città quindi
che riunisce una porzione di territorio considerevole
(circa 25 km.di lunghezza sulla via Salaria). Le ville
ed i castelli che insistevano in tale territorio si riuniscono
in quattro comunità diverse dando origine alla città,
divisa in "Quarti". La formazione del tessuto edilizio
avviene secondo i criteri già narrati per la città dell'Aquila
da Buccio di Ranallo, come testimonia nel XVI secolo anche
lo storico Sebastiano Marchesi. Ma il formarsi della città,
disegnata da Errico de' Recuperanti, su indicazione del
Re stesso, ha insito il criterio di formazione delle bastides.
Il modello viene adattato al luogo e alle esigenze delle
quattro comunità diverse, che, riunendosi, formano un'unica
civitas.
Prime
considerazioni sulle case delle Terrenuove fiorentine
Stefania
Ricci
Il
26 gennaio del 1299 il Consiglio dei Cento della Repubblica
Fiorentina decreta la fondazione nel Valdarno superiore
di tre terre nuove << Tres terrae fiant in partibus Vallis
Arni, duo in planitie de Casa Umbertini (cioè Castelfranco
e Terranuova) alia iuxta burgum Plani Alberti >>. Delle
tre terre nuove San Giovanni è quello che presenta un
progetto molto più articolato innovativo e definito, rispetto
a Castelfranco e a Terranuova che essendo posteriori sono
sicuramente originate da San Giovanni. L'impianto urbano
di San Giovanni Valdarno è caratterizzato da 10 isolati
costituiti da 16 - 17 case per ognuno dei quattro quartieri.
A Castel Franco invece ci sono 16 isolati da 11 case per
ognuno dei quattro quartieri, mentre a Terranuova Bracciolini
8 isolati da 13 - 14 case per ognuno dei quattro quartieri
. A Giglio (la terranuova progettata e mai realizzata)
erano previsti 4 isolati da 23 case per ognuno quattro
quartieri . Gli isolati sono composti da una lunga fila
di case a schiera la cui larghezza sul fronte stradale
è di 10 b. f. equivalenti a 5.84 mt. Questa caratteristica,
la dimensione di 10 b. f., uguale per tutti i lotti, permette
di avere un maggior numero di case che si affacciano sulla
strada principale. Le residenze nei tre centri di nuova
fondazione sono state edificate, con vari tipi di murature
combinate tra loro: la parte muraria più bassa è frequentemente
costituita ciottoli di fiume legati con malta povera,
una muratura poco consistente, che necessita nella maggior
parte dei casi del contrafforte murario. Si riscontrano
spesso muri in mattoni crudi, oppure muri realizzati con
la tecnica del pisè. A San Giovanni Valdarno si trovano
inoltre una serie di case a sporto Gli edifici a sporti
o a palchi risalgono all'incirca al X sec., derivano dal
modello dei ballatoi merlati costruiti sulla facciata
delle porte del circuito murario, o delle torri cittadine.
Gli sporti furono edificati dapprima nella parte alta
delle case e successivamente si abbassarono tanto che
fu necessario l'intervento del podestà per limitarne l'altezza
da terra. I podestà però non si pronunciarono in merito
alla sporgenza in rapporto all'ampiezza della strada tanto
che i chiassi vennero trasformati in gallerie chiuse.
Il chiasso è uno stretto vicolo di servizio che a differenza
delle città nuove lucchesi non ha la semplice funzione
di raccogliere le acque sporche, ma di collegare le strade
più grandi e come a Montevarchi di consentire la comunicazione
sul retro della abitazioni. Una parentesi a parte merita
a San Giovanni il discorso dei portico, perché se è vero
che il chiasso si ritrova anche a Castelfranco ma non
a Terranuova, il portico è un caratteristica esclusiva
di San Giovanni. A lungo si è dibattuto sull'origine del
portico. Per alcuni nasce dalla necessità di sostenere
lo sporto, per altri di prolungare lo spazio della bottega,
almeno nelle strade principali, ma a San Giovanni si può
ipotizzare che faccia parte integrante del progetto originario,
e non sia frutto di una casualità.
Fossano
e le villenove dei principi in area subalpina
Claudia
Bonardi
La
villanova di Fossano, nel cuneese, nasceva come esito
di accordi maturati fra alcuni consortili rurali in chiave
anti astigiana, nel volgere di un quarantennio, attorno
alla metà del XIII secolo. La procedura di formazione,
insolita al punto da richiedere l'appoggio dell'imperatore,
non impedì o piuttosto favorì, lo sviluppo del maggior
centro a impianto preordinato dell'area subalpina, presto
connotato di servizi e rapporti di relazione a carattere
urbano con cui presto fu in grado di sviluppare azione
politica autonoma nell'ambito dei comuni; ebbe titolo
di città nel XVI secolo e divenne quindi sede vescovile.
Il disegno dell'impianto urbano riflette pienamente le
anomale condizioni d'avvio nella giustapposizione di lottizzazioni
settoriali entro la maglia preordinata degli assi primari
di viabilità e dei servizi comunitari. Il caso di Fossano
si coniuga tuttavia ad altre fondazioni anomale (quali
il piazzo di Biella progettato nel 1152 dai vescovi di
Vercelli per i loro vassalli locali, oppure la nuova Demonte
e la nuova Cuneo sorte nel 1230 con l'appoggio episodico
offerto dalle milizie milanesi della Lega a popolazioni
legate alla signoria dei marchesi di Saluzzo) e risulta
profondamente diverso da quello di siti, ugualmente definiti
dalle fonti 'villenove'popolati con il trasferimento coatto
di popolazioni rurali soggette o estranee. A partire da
episodi precoci quali Cuorgnè, rifondata dai conti di
Valperga per i superstiti di un alluvione nel XII secolo,
all'ormai nota Cherasco del 1243, fino alle più recenti
villenove degli Acaia (Bricherasio , 129; Moretta, 1326),
dei marchesi di Monferrato (Caresana, 1255; Occimiano
1275; Borgo San Martino , 1278), di quelli di Saluzzo
( Cardé), questi ultimi sono caratterizzati da regolarità
d'impianto e di lottizzazione, razionale e scarna presenza
dei servizi comunitari che mantenuti nel lungo periodo
dal una gestione sempre coerente a identici principi,
ha raramente derogato dal progetto d'impianto. Gli studi
fin qui svolti non presentano caratteri di organicità;
possono contare su approfondimenti episodici, favoriti
dal reperimento di documenti specifici (Cuorgné,Trino,
Tricerro, Fontaneto Po, Priero e ancora Fossano) dai quali
emergono spunti relativi ai criteri progettuali, di tracciamento
e definizione dei lotti nonché alle figure professionali
impegnate a livello decisionale ed esecutivo.
Impianto
e metrologia delle fondazioni inglesi. gli Itineraries
di William Worcestre
Federica
Angelucci
L'argomento
dell'intervento, relativo all'Inghilterra medievale, affronterà
il tema delle città fondate del XIII secolo. La figura
di Edoardo I, promotore delle new towns, emergerà attraverso
documenti di Consigli parlamentari, a carattere urbanistico,
da lui indetti. La relazione, esplicitando il ruolo dei
pianificatori urbanistici di cui il Re si avvalse, ripercorrerà,
partendo a ritroso, le tappe delle pianificazioni. Tramite
citazioni, tratte da statuti, si evidenzieranno i compiti,
progettuali, politici e organizzativi degli ideatori,
sottolineandone i propositi, le implicazioni, ed i risultati.
Non verranno dimenticate le motivazioni militari che nel
Galles influenzeranno notevolmente la scelta del luogo
di edificazione e si porrà l'accento sul superamento degli
schemi tradizionali dei nuovi impianti. Per meglio esaminare
l'estensiva attività edificatoria duecentesca, verrà tracciata
un'immagine degli eterogenei modelli delle fondazioni
gallesi e inglesi. Brevi cenni alla tradizione delle città
anglo-sassoni con impianto a croce di strade e delle città
fortificate Normanne ci permetteranno di evidenziare le
città nuove. La comparazione tra fondazioni a carattere
militare e a carattere civile ci consentirà di giungere
all'osservazione del tracciato delle città. A tale proposito
si approfondirà la fondazione di New Winchelsea, nell'Inghilterra
del sud. La dimensione, la morfologia del territorio ma
soprattutto la sua forte regolarità a scacchiera, piuttosto
insolita nelle città inglesi, saranno elementi necessari
della trattazione. In riferimento ad essa verrà discusso
il tema delle unità di misura usate nella progettazione
dell'impianto. Sarà inoltre imprescindibile soffermarsi
su un documento manoscritto del XV secolo ad opera dell'antiquario
inglese William Worcestre. In questo documento sono riportati
appunti relativi a degli itinerari che Worcestre compie
attraverso le contee del sud, visitando un cospicuo numero
di città. Questo testo è per noi di fondamentale importanza
in quanto in esso vengono riportate annotazioni e commenti
circa dimensioni di città e di architetture in esse presenti.
Sono molteplici gli argomenti che rendono il manoscritto
di inestimabile valore; tra questi, preziosa è la scelta
delle unità di misura utilizzate per le dimensioni e fondamentali
le note di carattere urbanistico presenti nel testo. Ciò
che è stato oggetto di attenzione, riguarda prevalentemente
la tipologia e la molteplicità delle unità di misura adottate,
e vincolante la descrizione di una particolare unità da
lui stesso creata sulla base della dimensione del suo
proprio piede e quindi del suo passo.
Castelfranco
di Paganico: una fondazione senese del '200
Carlo
Armati
La
decisione di fondare il castello franco di Paganico avviene
negli ultimi giorni dell'anno 1292 per opera della Repubblica
senese, riproponendo un'idea già accarezzata trenta anni
prima con il duplice scopo di salvaguardare il territorio
a sud verso il mare in via di conquista e di vigilare
sull'arteria che da Siena andava verso Grosseto e sulla
quale il nuovo borgo andava ad insediarsi, importante
via di comunicazione soprattutto per i mercanti. La fondazione
vera e propria viene intrapresa dai senesi con molta probabilità
nei primi giorni del 1293, secondo un piano che ha molte
analogie con quello delle "terre nuove" fiorentine, in
special modo con San Giovanni Valdarno e Terranuova Bracciolini,
di qualche anno posteriori, per l'organizzazione della
pianta della città, della piazza e delle emergenze quali
la chiesa e il palazzo comunale, per la rigorosa simmetria
dell'impianto, per la gerarchia delle strade e degli isolati
che decrescono in profondità dall'asse centrale longitudinale
verso le mura secondo la legge dei cerchi radiati regolatori.
L'intervento approfondisce lo studio del piano originario
di Paganico attraverso l'analisi dell'impianto progettuale,
dell'assetto urbanistico, della metrologia, della cerchia
muraria progettata e di quella effettivamente realizzata
trent'anni dopo, che ridefinirà il borgo.
Misura
e struttura nelle fondazioni dell' Europa Centrale
Irina
Baldescu
La
cultura progettuale delle nuove fondazioni si è sviluppata
nell'Europa Centrale in relazione alle ondate della colonizzazione
tedesca orientale, succedutesi dal XII al XIV secolo.
La campagna di ricostruzione in seguito alla grande invasione
tartata del 1241 ha offerto un ampio terreno per la sperimentazione
geometrica di vari modelli d'impianti urbani. Il grande
volume di documenti (carte di fondazione) riguardanti
l'area polacca conservatisi ha consentito, con il supporto
degli studi metrologici, di ricostruire anche i procedimenti
topografici e agrimensori propri delle nuove fondazioni,
permettendo conclusioni validi per l'intera area central
europea. Gli impianti sono in genere organizzati a scacchiera,
con al centro una piazza rettangolare; si nota anche la
persistenza della cultura progettuale della strada curvilinea.
Sembra che per prima era tracciato il perimetro esterno
dell'insediamento, in seguito la piazza centrale, poi
gli isolati corrispondenti ai fronti della piazza, ultimamente
il resto dell'impianto. Questa successione di tappe spiega
anche le relative deviazioni di assi, purché la matrice
geometrica rimane sempre riconoscibile. Le unità di misura
usate sono il braccio e il piede, che sembrano usate in
parallelo, con il rapporto 1 braccio = 2 piedi. I valori
del piede, diversi da città a città, si raggruppano per
quanto si è potuto identificare tra 29.5 cm e 31.4 cm.
Inoltre si usano gli moltipli 1 fune = 10 verghe = 75
braccia = 150 piedi 1 verga = 7 ½ braccia= 15 piedi, nonché
una 1 verga minore = 6 braccia = 12 piedi. Se il disegno
modullare delle particelle è assai rigoroso (in Polonia,
Silesia, per esempio 60 x 120 piedi a Ujazd, Brzeg, 60
x 240 piedi a Breslavia, 50 x150 piedi a Swidnica; 36
x 72 braccia a Cracovia; Romania, Trasilvania, 60 x 240
braccia a Cluj; ecc.) , invece la larghezza delle strade
e delle piazze e controllata con minore precisione. Tale
situazione è indicatrice di una maggiore attenzione rivolta
ai fini fiscali (poiché l'imposta dovuta si calcolava
nelle città polacche in relazione alle dimensioni della
particella), e meno ai problemi di decoro urbano.
Les
villes neuves en france du sud ouest des XIIIe et XIVe
siecles appelees bastides
Contribution
du Centre d'Etude des Bastides a l'etude du phenomene
urbain dans l'Europe Medievale
Claude
Calmettes - président du Centre d'Etude des Bastides
1)
Introduction A la suite d'une étude urbaine et des documents
amassés sur l'histoire des bastides et leur réalité d'aujourd'hui,
se crée un Centre d'Etude des Bastides. 2) Les surprises
des études urbaines Influencées par la démarche entreprise
sur le Centre Historique de la ville de Bologne, les études
sur Villefranche-de-Rouergue débouchent sur la découverte
du phénomène des bastides. La volonté d'utiliser le fonds
documentaire pour en partager et en enrichir la matière
reçoit un accueil permettant la mise en place d'une association
rassemblant des personnalités de tous les bords et suscitant
l'intérêt des universitaires et des élus politiques. 3)
Histoire et compilation Une première définition du mot
bastide engage l'association dans la recherche et l'exploitation
des données existantes grâce aux sources publiées. C'est
l'histoire du milieu féodal du Sud Ouest de la France
qui aboutit à la création de ces villes neuves volontaires
pendant 150 ans. 4) L'inventaire et le terrain La recherche
dans les Archives nourrit une banque de données couvrant
l'ensemble du territoire des bastides et la découverte
sur le terrain des lieux et des hommes conduit à une nouvelle
appréciation de ces fondations. L'existence, la disparition
ou le développement des agglomérations rendent compte
d'une réalité bastide à travers les hommes qui les habitent.
5) La ville neuve, fruit de l'évolution La convention
signée avec l'université Toulouse-II-le-Mirail engage
le C.E.B. dans une nouvelle approche des basides à partir
des recherches originales menées au sein du laboratoire
FRAMESPA. C'est à partir de l'étude du peuplement que
se dégage une hiérarchie des fondations dans le temps
et une lente évolution dans la morphologie urbaine aboutissant
à la ville neuve à plan régulier : la bastide. 6) Le plan
régulier fruit de la volonté C'est l'organisation sociale
à laquelle tend l'évolution de la civilisation qui ressort
des principes de composition des plans. Les bastides viennent
terminer l'ère de l'urbanisation du grand Sud Ouest en
offrant le fruit d'une volonté créatrice propre à l'époque
gothique. Ce patrimoine s'impose par son originalité et
nécessite des mesures conservatoires. Un patrimoine commun
L'ensemble des réalisations fondées sous le vocable bastide
appartient au domaine de l'histoire mais le patrimoine
reconnu comme représentatif d'une culture gothique tient
dans la morphologie rigoureuse des plans les plus réussis.
C'est à eux qu'il convient d'apporter l'attention la plus
vive pour une meilleure mise en valeur et d'assumer un
développement durable conforme aux réalités d'aujourd'hui
à l'heure de l'Europe. La mise en place d'un réseau Elargissant
le champ de sa recherche et de ses actions à l'ensemble
de l'Europe occidentale, le C.E.B. met en place une structure
et une politique tournée vers les partenaires de chacune
des régions porteuses de ces fondations volontaires. Les
cloisonnements universitaires pourront s'ouvrir pour un
partage nécessaire des connaissances. Ainsi la Toscane,
le Piémont, la Vénétie et d'autres pourront apporter ensemble
le message de l'Italie dans une Europe des villes neuves
à plan régulier. Les fruits du partage En France du Sud
ouest, le mouvement est amorcé. Les bastides ont pris
conscience de la nécessité de vivre, l'aménagement du
territoire est une chance à saisir, il y a une place à
prendre. Elles ont accepté de se regrouper en association
départementale, bientôt en fédérations régionales et sans
doute en entité interrégionale. En face, elles espèrent
voir faire de même les villes neuves des différentes Régions
d'Europe : l'Espagne, l'Italie, l'Allemagne, la Pologne,
la Tchéquie… Le réseau constitué au fur et à mesure développe
tous les échanges possibles contribuant à la redécouverte
du patrimoine européen et au développement économique
et culturel de ces fondations volontaires. Conclusion
Le C.E.B. se propose d'être le fédérateur des regroupements
régionaux européens apportant son expérience et sa flexibilité
à l'élaboration d'une charte européenne des villes neuves
médiévales à plan régulier propre au réseau à constituer
ensemble.
Villarreal
e le città nuove del duecento nella corona d'aragona
Amadeo
Serra Desfilis
Il
processo di espansione della Corona d'Aragona durante
il Duecento comportò la fondazione di città nuove nei
territori conquistati ai musulmani nei regni di Mallorca
(1229-1232) e Valencia (1232-1244). Gli insediamenti cristiani
presero le mosse sia da nucli islamici sia da nuove fondazioni
urbane, ma sempre rimasero soggetti ad un vasto programma
di riordinamento del territorio conquistato. Le città
nuove ebbero dunque un ruolo coloniale e esemplare di
fronte al modello dell'urbanistica islamica presente nei
nucli più importanti come Mallorca o Valencia, capitali
dei nuovi regni della Corona d'Aragona. Il francescano
Francesc Eiximenis nelle sue opere più note (Lo Crestià
e il Regiment de la cosa pública) sarà il teorico di questo
modello cristiano, in tanto che diverso delle città islamiche,
e legato contemporaneamente al prestigio della tradizione
antica nelle sue fonti letterarie (Vegezio, Aristotele).
L'organizzazione spaziale dei nuovi centri appare definita
con precisione nelle Ordinacions de Giacomo II di Mallorca
(1300) ma veniva adoperata nella seconda metà del Duecento
a Valencia. Il caso di Villarreal (1274) è in realtà soltanto
quello più famoso di una serie di nuove fondazioni stabilite
nelle pianure litorali del nord del territorio valenzano,
come Almenara, Nules e Castellón. Tuttavia, l'impianto
rettangolare e quatripartito, di strade rettilinee e isolati
regolari, conferisce la trama urbana di Villarreal un
carattere particolare che ribadiscono le circonstanze
storiche della fondazione. Infatti l'intervento del re
Giacomo I -ritenuto dalla tradizione letteraria disegnatore
della pianta della città-, lo stesso nome di Villarreal
(`città reale´), l'importanza politica che le veniva attribuita
nel regno, l'accurata scelta del sito in merito al controllo
del territorio recentemente conquistato e infine il reorientamento
della viabilità nonché del sistema d'irrigazione costituiscono
indizi sicuri di una volontà decisa di stabilire un modello
urbanistico di primo ordine per il nuovo regno. La nostra
relazione tenta di mettere a fuoco l'impianto originale
e le sue particolarità partendo dai rilievi storici, i
piani dell'Otto- e Novecento e i documenti di archivio.
La
fondazione di città nuove sul litorale cantabrico (1150-1250)
Miguel
Remolina Seivane
Nella
seconda metà del secolo XII ha inizio nel litorale cantabrico
spagnolo un singolare proceso di costruzione e organizzazione
territoriale. I nuovi interesi politici dei Regni de Leon,
Castiglia e Navarra, vanno a produrre la promozione di
una regione, fino allora periferica, dove non esistevano
città; in un breve arco temporale, dal 1160 (creazione
de Castro Urdiales) a 1227 (fondazione de Llanes), si
produce la strutturazione di questo ampio territorio attraverso
la fondazione de città-porti; posteriormente, e su questo
stesso schema base, si produranno succesive fondazioni,
fino a quando nella metà del Trecento, finisca il proceso
che ha permesso fondare circa un centinaio de ville. Lo
studio si centra sulla morfologia dei nuclei del primo
periodo, derivata dallo schema de cittá-via, giá sperimentato
nelle fondazione del Camino de Santiago. Qui, bensi, diverse
condizionanti deformano questo schema geometrico iniziale:
la ubicazione de riva e porto, la topografia, le preexistenze,
le vie, ecc. fino a produrre un magnifico campione de
cittá nuove. Tra le città fondate, Guetaria (1209), Castro
Urdiales (1160) e Laredo (1200), esemplificano le carateristiche
e le vicende morfologiche, che si analizzano partendo
dalla considerazione del impianto iniziale e la sua geometria,
attraverso le documentazione grafica, sia storica, sia
elaborata espressamente dall' autore.
Costacciaro
- Una colonia fondata ai limiti del dominio eugubino
Paolo
Micalizzi
Nel
terzo decennio del Duecento Gubbio intraprende un ambizioso
progetto di espansione urbana culminato nell'ampliamento
della cinta muraria e nella pianificazione del quartiere
di S.Pietro. Quasi contemporaneamente viene avviata nel
territorio la fondazione della "colonia" di Pergola, nonché
quella dei castelli di Cantiano e Costacciaro. Se la prima
rappresenta una sorta di avamposto eugubino in territorio
marchigiano, i due castelli stabiliscono invece solidi
presidi della città-stato sulla via Flaminia. Come ho
già rilevato in precedenti occasioni, tali iniziative,
per la rapidità e sincronia della realizzazione, come
per l'omogeneità dei modelli di impianto adottati, costituiscono
un fondamentale momento di svolta nella storia urbanistica
del potente comune umbro. Essi difatti segnano il passaggio
da una fase in cui gli elementi costitutivi della città,
e principalmente le strade, erano realizzati e venivano
trasformati in tempi relativamente lunghi, secondo tracciati
prevalentemente curvilinei, ad una fase in cui i principali
interventi urbanistici, coordinati dall'autorità comunale
e, forse, regolati da un vero progetto, sono assoggettati
alle leggi di una geometria rettilinea, razionale e tendenzialmente
antinaturalistica. Tale trasformazione è tanto profonda
da comportare, non solo, come detto, l'aggiornamento degli
antichi impianti urbani, ma anche l'invenzione di nuove
tipologie edilizie. Se le nuove soluzioni urbanistico-edilizie
vengono attuate con la massima forza ed evidenza nella
città madre (dove, parallelamente alla obsolescenza delle
strade in curva si assiste anche alla scomparsa delle
tipiche case caratterizzate dalla cosiddetta "porta del
morto"), di esse si trovano anche significative espressioni
nell'impianto del castrum di Costacciaro. Qui, più che
nelle altre due colonie (ove, evidentemente, le spinte
innovative erano frenate dalla maggiore incidenza delle
preesistenze), assistiamo alla realizzazione di un impianto
urbano molto regolare, certamente relazionato a quello
del nuovo quartiere di S.Pietro a Gubbio. In entrambi
i casi è tracciato un asse principale di ampiezza molto
rilevante (pari a circa tre canne eugubine) ed un reticolo
secondario, tendenzialmente ortogonale ad esso, qualificato,
più che dalla presenza di particolari emergenze monumentali,
dalla regolarità dell'impianto complessivo. Coerentemente,
a Costacciaro la piazza principale è posta in una posizione
decentrata, mentre i principali edifici civili si allineano
con rigore e semplicità lungo le ordinate quinte stradali;
queste ultime invece sono, anzi erano, dominate dalla
presenza di doppi fondali architettonici, per lo più costituiti
(salvo il caso della chiesa della Misericordia) da parti
significative delle antiche fortificazioni.
Cascina:
dal "Castello de la Plebe" al borgo fortificato (XI-XIV
sec.)
Guglielmo
Villa
Cascina
è un centro di fondazione singolare, per la complessa
stratificazione che ne caratterizza la struttura urbanistica.
L'organismo reca, evidente, l'impronta di un disegno unitario,
di una iniziativa di fondazione pianificata sulla base
di precisi criteri geometrici; al tempo stesso, tuttavia,
denuncia significative anomalie. Notevoli appaiono, in
particolare, le irregolarità, che possono essere in parte
imputabili, certo, ad una approssimazione esecutiva comune
a molte fondazioni medievali, specie tra quelle più antiche;
ma che, almeno nei casi più vistosi, si devono ascrivere
soprattutto ai condizionamenti imposti da preesistenze
cospicue, tanto in sede progettuale, quanto in fase di
realizzazione. Lo schema d'impianto originario ha subito,
d'altra parte, nel corso della sua esistenza trasformazioni
importanti, tali da mutarne in maniera sostanziale l'assetto
e le condizioni d'uso. È come se ci trovassimo di fronte,
insomma, ad una sorta di palinsesto urbanistico, la cui
lettura non può prescindere dal riconoscimento delle fasi
di scrittura e riscrittura, degli interventi progettuali
che ne hanno orientato la strutturazione e le successive
modificazioni, delle differenti componenti culturali,
tecniche ed estetiche che vi si sono via via addensate.
Tracce delle più antiche strutture insediative si riconoscono
nel quadrante nord occidentale del nucleo murato, dove
si può localizzare, tra l'altro, il primitivo castrum
vescovile - attestato a partire dal 1071 - che era sorto
in prossimità della pieve di origine alto medievale. Immediatamente
più a nord, un breve tratto di strada ad andamento sinuoso
è ciò che rimane dell'antico asse territoriale di collegamento
tra Pisa e Firenze, lungo il quale, in corrispondenza
della pieve e del castello doveva essersi formato già
nell'XI secolo un piccolo borgo. I segni lasciati da queste
strutture sulla configurazione planimetrica del centro
urbano consentono di valutarne, almeno in linea di massima,
l'estensione, rivelando la modesta entità di un insediamento,
che doveva in massima parte la sua rilevanza alla presenza
della pieve, importante caposaldo dell'organizzazione
del territorio. Tale sarebbe rimasta a lungo la sua consistenza;
almeno fino alla prima metà del XII secolo, quando il
borgo pievano doveva essere interessato da una vera e
propria opera di rifondazione, promossa dall'arcivescovo
di Pisa, che sancirà un sostanziale salto di qualità sia
su un piano dimensionale che da un punto di vista urbanistico.
A questo intervento, si deve ascrivere, innanzitutto,
una prima traslazione verso meridione del principale percorso
di attraversamento dell'abitato. L'antico tracciato tortuoso
viene sostituito da quello, pressoché rettilineo, corrispondente
all'attuale via Garibaldi, che diviene l'asse fondamentale
di una nuova, più ampia, struttura insediativa, articolata
secondo una griglia geometrica a maglie rettangolari.
Sui due fronti dell'asse primario si innestano altrettante
serie di tracciati secondari rettilinei e tendenzialmente
ortogonali al primo, tra loro distanziati secondo una
precisa scansione modulare, in maniera da definire, sia
pure con qualche approssimazione, isolati rettangolari
di superficie omogenea. Fa eccezione, ovviamente, l'area
già occupata dalla pieve e dal castrum ad essa annesso,
che nell'articolazione e negli orientamenti del tessuto
edilizio costituisce una macroscopica anomalia. L'assetto
codificato nel XII secolo era tuttavia destinato ad essere
messo nuovamente in discussione sul finire del Trecento,
quando il centro subisce trasformazioni sostanziali nella
sua struttura, in seguito all'attuazione di interventi
originati probabilmente da ragioni prevalentemente militari,
ma che conducono ad una complessiva risignificazione della
struttura urbana negli aspetti funzionali, e nei connotati
estetici. A quest'epoca risale la costruzione di una nuova
cinta muraria, dotata lungo il suo perimetro di dodici
torri ad impianto rettangolare, gran parte delle quali
poste in evidente connessione geometrica con il vecchio
impianto urbanistico; Dell'imponente torrione a base quadrata
collocato nei pressi della scomparsa porta Pisana; ma
soprattutto l'apertura di un nuovo percorso di attraversamento
secondo l'asse est-ovest, porticato sui due fronti, che
doveva sostituire il vecchio tracciato di spina nella
funzione di asse strutturante del complesso insediativo.
La nuova strada, corrispondente all'attuale corso Matteotti
rappresenta certamente l'esito di maggio interesse degli
interventi trecenteschi. Realizzata a costo di cospicue
demolizioni, questa assume infatti una originale configurazione
trapezia: un impianto concepito soprattutto in funzione
difensiva, come dimostrano le relazioni geometriche che
lo legano al coevo torrione di porta Pisana; ma che senza
dubbio esprime una ricerca di qualificazione estetica
di alto livello, testimoniando di una precoce applicazione
in campo urbanistico di concezioni spaziali legati ai
principi della visione prospettica che di lì a poco si
diffonderanno rapidamente nella cultura artistica europea.
Castelfranco
di Sopra: permanenze e variazioni delle geometrie d'impianto
Gabriella
Orefice
Gli
studi effettuati sulle Terre Nuove fiorentine hanno già
ampiamente preso in esame gli schemi di proporzionamento
e le geometrie che sono alla base del particolare disegno
urbanistico di Castelfranco che suggerisce, come rileva
Guidoni, "non solo una sorta di quadratura del circolo,
ma anche di reciproco condizionamento tra impianto cruciforme
e impianto allungato a strade parallele". In effetti però
l'originale schema di progetto, con i suoi precisi rapporti
dimensionali, sin dal momento della fondazione deve fare
i conti oltre che con una realtà morfologica assai difficile
e complessa, anche con un certo numero di preesistenze
che ne condizionano la realizzazione (come avviene per
la chiesa di San Tommaso). La scelta del sito per la costruzione
di Castelfranco, collocato a differenza di S. Giovanni
e di Terranuova, insediamenti di fondovalle, su un terrazzamento
compreso fra l'Arno e il Pratomagno, percorso dal torrente
Faella, è con tutta probabilità la causa del precoce deterioramento
del circuito murario della città, dato che già nel dicembre
1355 si registra una prima provvisione del Comune di Firenze
per far di nuovo, ricostruire quella parte delle mura
di Castelfranco che sono rovinate o che stanno per rovinare,
con tutta probabilità a causa del cedimento del terreno
sul lato di Porta Fiorentina. In assenza di altri documenti
al riguardo che indichino interventi successivi si può
ritenere che siano questi i lavori che definiscono il
disegno definitivo del circuito murario della città. Una
provvisione degli Ufficiali delle Castella di Firenze
risalente al 28 maggio 1366 concernente una serie di interventi
di potenzamento delle difese esterne, sembra infatti dare
per conclusi i lavori di ricostruzione vera e propria.
Risale a questo anno invece la realizzazione dei fossati
esterni alle mura a Porta Montanina e a Porta Fiorentina
e la costruzione dei ponti levatoi e dei relativi antiporti.
Alla mancanza di informazioni più dettagliate sopperisce
solo in parte la notissima, ma schematica, pianta della
terra dei Capitani di Parte, mentre risolutiva si dimostra
la relazione stilata da un ingegnere dei Capitani di Parte
alla fine di marzo del 1552, in cui si danno precise indicazioni
sulla misura dei fossi e delle carbonaie che cicondano
il circuito murario, da cui è possibile ricostruire con
esattezza il disegno complessivo della terra, che mostra
alcune significate asimmetrie. A questa data Castelfranco
presenta una pianta leggermente trapezoidale, con i lati
di Porta Franca e Porta Buia lunghi 444 braccia, mentre
verso Porta Montanina la misura scende a 416, diminuendo
ulteriormente sul lato di Porta Fiorentina fino a 400
braccia. Anche le carbonaie e il fossato che circondano
il centro non hanno un andamento regolare, più profondi
verso Porta Buia, complessivamente 36 braccia (18 di carbonaie
e 18 di fossato), misurano solo 30 braccia (rispettivamente
12 e 18) sui lati di Porta Montanina e Porta Franca, mentre
si riducono a 18 braccia complessive a Porta Fiorentina,
dimensioni che confortano l'ipotesi iniziale di cedimenti
del terreno in questa zona. Si può inoltre ipotizzare
che nella seconda metà del Trecento, lo sviluppo edilizio
di Castelfranco si limiti ai tracciati stradali principali
e alla piazza centrale, dove oltre al Palazzo Comunale
e alla Chiesa di S. Pietro, è già presente la Loggia Pubblica.
Alla fine del secolo si registrano in Castelfranco, divenuto
nel 1384 sede di Podesteria, alcuni interventi di abbellimento
indirizzati a dare maggior prestigio e visibilità ai suoi
edifici più importanti, come accade per l'antica Badia
di Soffena, per la quale si avvia nel 1392 una completa
revisione decorativa. Contemporaneamente la città si dota
di direttive atte a regolare lo sviluppo edilizio, introducendo
alcune norme intese a tutelare le caratteristiche originarie
del centro e la sua regolarità d'impianto. Vanno viste
in quest'ottica alcune rubriche inserite nello Statuto
adottato nel 1394, che tendono a salvaguardare il tessuto
urbanistico della città, a proibire l'abbattimento di
edifici in buone condizioni strutturali e ad agevolare
la costruzione di nuove case di abitazione. Alla fine
del secolo quindi si è già in parte delineata una situazione
edilizia che perdurerà per tutto il Quattrocento, anche
se sono da registrare alcuni interventi significativi,
quali la costruzione del loggiato sul fronte della chiesa
di S. Tommaso, la ristrutturazione del Palazzo del Comune,
avviata alla metà del secolo o, ancora la ricostruzione
nella piazza principale di un nuovo pozzo, la cui architrave
di pietra porta gli stemmi della Repubblica Fiorentina,
del Comune di Castelfranco e del Podestà in carica. L'attività
edilizia si fa più vivace nel corso del Cinquecento, quando
la città deve rispondere alle esigenze che derivano da
un consistente incremento demografico, dato che si è passati
dai 284 abitanti, censiti nel catasto del 1427, ai 487
residenti nel castello nel 1551. I pochi documenti conservati
e gli elementi architettonici superstiti danno conto di
un ammodernamento della scena urbana, fatta ora di ordinati
palazzetti signorili, con portali e finestre con mostre
ad arco in pietra, disposti soprattutto lungo la croce
di strade principali e in fregio alla piazza. Si assiste
ad una lenta ma sistematica erosione del regolare disegno
geometrico che, seppur incompleto, aveva caratterizzato
Castefranco sin dal momento della sua fondazione. L'accorpamento
di più lotti contigui, favorito dalla legge sull'edilizia
di pregio, emanata dal granduca Cosimo I de' Medici nel
1551, complica la lettura della primitiva scansione dei
lotti, lettura che comunque è possibile in pianta, in
quanto le nuove costruzioni hanno dimensioni spesso multiple
dell'originale parcella di 10 braccia. Un processo che
per quanto perduri nei secoli successivi non riesce a
cancellare del tutto la regolare modularità del disegno
complessivo, che il tessuto urbanistico mantiene nel tempo,
malgrado le originarie variazioni di proporzioni e misura,
legate come si è visto più alle difficili condizioni geomorfologiche
che a impedimenti nella gestione della pianificazione.
Maggiormente lesive si sono dimostrate nel tempo le ripetute
manomissioni apportate al circuito murario sino al quasi
completo abbattimento delle cortine, che hanno sconvolto
l'immagine complessiva di Castelfranco, diluendo verso
l'esterno la serrata composizione ortogonale dell'impianto
medievale.
Pietrasanta,
il primo impianto e l'addizione
Paolo
Maccari
La
Città di Lucca è impegnata nel XII e XIII nella lotta
di conquista della Versilia, strappandola alle forze ghibelline
che controllano i traffici marittimi passanti dal porto
Motrone; il compimento dell'impresa è attuato con l'impianto
di due nuovi centri abitati, questi devono ospitare la
popolazione autoctona assoggettata. Uno di questi viene
dedicato alla casata di Guiscardo, Podestà di Lucca che
nel 1255 dà avvio alla doppia fondazione. Per entrambi
i centri viene attuato un progetto urbano che nasce da
un disegno modulare; l'elemento base è il braccio lucchese
di 59 centimetri, il modulo è costituito dal quadrato
con sei braccia di lato, da questi elementi nascono i
lotti, i borghi, la piazza, le vie principali, secondarie.
Il XIV secolo è quello del compimento dell'organismo urbano
di Pietrasanta: l'addizione di un nuovo quartiere, l'alzata
delle mura e di elementi difensivi e la costruzione di
organismi architettonici a decoro della piazza, ognuno
con il proprio carico simbolico e sociale. Le soluzioni
architettoniche ed urbanistiche attuate nella crescita
del centro versiliese sono mutuate dall'esperienza della
Firenze medievale, grande alleata guelfa della città fondatrice
Lucca.