Città nuove medievali. San Giovanni Valdarno, la Toscana, l'Europa Convegno internazionale di studio

S. GIOVANNI VALDARNO, Pieve di S. Giovanni Battista 20-22 novembre 2003

Questo convegno internazionale ha lo scopo di porre per la prima volta a confronto, con sistematicità e con aggiornate e coerenti metodologie di analisi, i modelli e le tecniche d'impianto delle nuove fondazioni realizzate in ambito europeo in età tardo-medievale. La novità, rispetto ai numerosi studi dedicati alle singole regioni e agli stati nazionali, e alle poche sintesi generali, consiste sopratutto nell'approfondimento delle intenzioni progettuali, delle componenti geometriche e figurative, degli aspetti metrologici; tenendo conto dei reciproci influssi tra differenti aree culturali, dei prototipi e dei casi particolari, del rapporto tra pratiche diffuse e personalità dei singoli architetti - urbanistici. Fondamentale è, in questo campo, la comprensione e la ricostruzione delle diverse fasi che danno origine ad un nuovo insediamento fondato con rigidi criteri di regolarità, dallo schema complessivo al tracciamento della pianta con le strade, piazze, lotti edificabili, spazi destinati alla principali costruzioni pubbliche, alle mura ecc. Di particolare interesse è anche la singola casa, nelle sue varianti tipologiche e metrologiche e nei condizionamenti dovuti alle tradizioni costruttive e ai materiali locali. Questa nuova impostazione degli studi non sarebbe stata possibile senza una adeguata preparazione e senza una rigorosa omogeneità di intenti; e si deve sopratutto ai giovani studiosi - Dottori di Ricerca e Dottorandi in "Storia della Città" dell'Università di Roma "La Sapienza", primo in campo internazionale- se il convegno può avvalersi di un gran numero di ricerche appositamente eseguite per l'occasione, in Italia e all'estero. Da queste indagini innovative, dal contributo degli studiosi stranieri e dalle rielaborazioni critiche di docenti che da anni, nelle facoltà di architettura italiane si dedicano allo studio delle città nuove medievali, ci attendiamo un estensivo e approfondito aggiornamento metodologico. E' giusto che questo rinnovamento degli studi parta da San Giovanni Valdarno, il cui progetto arnolfiano rappresenta un vertice nella qualità urbana, e dalla Toscana, regione ricca in ogni settore della produzione artistica e che si trova in posizione centrale rispetto all'insieme delle culture e delle influenze europee e mediterranee.

Enrico Guidoni

 

Le Terre nuove fiorentine del Valdarno superiore: preesistenze, programmi, realizzazioni.

Carlo Fabbri

Tra la fine del XIII secolo e la prima metà del XIV il "Comune e Popolo" di Firenze assume il controllo quasi totale del Valdarno superiore, territorio strategico di incontro-scontro a sudest con la città di Arezzo e ad ovest con quella di Siena, collegata alla valle dell'Arno da una serie di strade che scavalcano i monti del Chianti. Le giustificazioni "ideologiche" di quella che è in realtà una vera e propria conquista "coloniale", primaria concausa della fondazione delle "terre nuove" valdarnesi, sono riassunte con queste parole da quella sorta di "intellettuale organico" della repubblica fiorentina e della parte guelfa che è Giovanni Villani: "il popolo per meglio fortificarsi in contado, e scemare la forza de' nobili e de' potenti del contado, e spezialmente quella de' Pazzi di Valdarno e degli Ubertini ch'erano Ghibellini, si ordinò che nel nostro Valdarno di sopra si facessono due grandi terre e castella... e francarono tutti gli abitanti de' detti castelli per X anni d'ogni fazzione e spese di Comune, onde molti fedeli de' Pazzi e Ubertini, e di quegli da Ricasoli, e de' Conti, e d'altri nobili, per esser franchi si feciono terrazzani de' detti castelli; per la qual cosa in poco tempo crebbono e multiplicaro assai, e fecionsi buone e grosse terre"; queste espressioni del cronachista sono facilmente comprensibili perché vengono da un uomo di parte, ma anche in un documento ufficiale, come la "provvisione" del 2 aprile 1337, con la quale si ordina la costruzione di Castel Santa Maria (Terranuova), si può leggere che i popoli "spontaneamente" sottomessisi a Firenze e futuri "terrazzani": redierunt ad solitam obedientiam comunis et populi civitatis Florentie, velut filius ad ubera pie matris. In realtà i fedeli "de' nobili e potenti del contado" si erano "affrancati" da tempo da quelli che Firenze definiva "tirranni, vel alii iniusti domini"; lo dimostra se non altro il caso di Pianalberti (sul quale sarebbe stata fondata San Giovanni in Altura e i cui resti sono affiorati in occasione di recentissimi scavi); i suoi abitanti, già prima del 1202, si erano costituiti in podesteria; a quell'epoca essi si autogovernavano con un consiglio di sei membri che si alternava al potere ogni sei mesi mentre le sue più importanti decisioni venivano ratificate dall'assemblea dei capi famiglia riuniti nella chiesa di San Lorenzo. Che dire poi dei "consoli" del castello di Ganghereto, documentati già in una pergamena del 1159 e rettori di quel popolo i cui discendenti nel 1337 sarebbero dovuti andare ad abitare in Castel Santa Maria? Coloro ai quali si intendeva "scemare la forza", al momento della costruzione delle terre nuove, in genere non controllavano più direttamente i territori da cui si dovevano "sottrarre" loro gli abitanti, oppure erano "amici" dei Fiorentini come i Ricasoli, i monaci di Santa Maria in Mamma (dai quali dipendeva il castello di San Mariano) o i conti Guidi di fede guelfa; la loro unica colpa era quella di voler mantenere antichi privilegi bannali: lo dimostra il fatto che i Ricasoli si sarebbero schierati coi Fiorentini al tempo della spedizione in Toscana dell'imperatore Enrico VII. È lo stesso Villani ad ammettere indirettamente i veri motivi dell'offensiva contro i "magnati" riferendosi ai conti Guidi con questi termini: "E·cciò fu grande ingratitudine, con forza del popolo di Firenze, e poco si ricordarono de' servigi fatti per li loro anticessori al Comune e popolo di Firenze e parte guelfa". Dato che gli Ubertini non possedevano più l'avito castello di Gaville e si erano ritirati nel contado aretino, i Pazzi di Valdarno erano forse gli unici ghibellini rimasti nella zona ad essere interessati allo scontro coi Fiorentini, perché mantenevano ancora il dominio su pochi castellucci alle falde del Pratomagno, ma avevano perduto gli importanti borghi pedemontani di Montefortino, Montemarciano, Poggitazzi, Persignano e Piantravigne sulla via "Sancti Petri" in direzione di Arezzo (l'antica romana "via Clodia"). Fu proprio con l'occupazione violenta di Persignano, di Piantravigne e della stessa Castelfranco, in fase di costruzione sull'antica Soffena, che il tristemente famoso Carlino de' Pazzi (per il quale Dante prenoterà un posto fra i traditori dell'Inferno) dette molto filo da torcere ai Fiorentini, coi quali peraltro finì poi con l'accordarsi "per moneta che n'ebbe": forse, proprio a causa di questi accordi, la terra nuova di Castelfranco risultò alla fine di proporzioni ridotte e i popoli della sua lega-podesteria continuarono ad abitare nei loro vecchi insediamenti montani evitando di emigrarvi nonostante le "franchigie". Anche nella terra nuova di San Giovanni rimasero molti spazi vuoti, nonostante si fosse cercato di conservare un segno di identità ai popoli che vi erano emigrati, più o meno forzatamente, sistemando ciascuno di essi in un distinto quartiere orientato per quanto possibile in direzione del suo luogo di origine. La nuova chiesa di tutto il castello dedicata al Battista non fu sufficiente ad amalgamarli in un'unica "comunitas" e molti dei "terrazzani" continuarono a sentirsi per almeno un secolo e mezzo degli "spiantati". Forse per questo i successori di Arnolfo apportarono al progetto, a lui attribuito dal Vasari per le due più antiche terre nuove valdarnesi pianificate, alcune modifiche sostanziali: in ogni quartiere della terza e ultima, Castel Santa Maria, furono ad esempio ricostruite, a partire dal 1337, delle chiese dedicate agli stessi santi che si veneravano nei castelli di origine: "ecclesia sanctorum Pauli et Blaxii de Mori, nunc sita in castro Sancte Marie" si legge in una pergamena del 1367.

 

Dagli Svevi agli Angioini nella Puglia medievale: Manfredonia

Giancarlo De Pascalis

Nonostante una "incerta" storiografia urbanistica metta ancora in dubbio la originalità singolare ed innovativa delle città medievali ad impianto ortogonale in nome di una mancata progettualità iniziale, bisogna invece dar atto - soprattutto in merito alle città fondate in epoca federiciana e angioina - dei fondamentali apporti metodologici condotti da E. Guidoni (Storia dell'Urbanistica. Il Duecento, Bari 1989, pp. 61-82) sullo sviluppo e sulle tematiche inerenti le città fondate dagli Svevi nel sud Italia, in qualche caso successivamente portate a termine in epoca angioina. Tra gli esempi citati, spicca la città di Manfredonia, definita "un prototipo ancora poco studiato di una urbanistica insieme moderna e coloniale" (Guidoni, cit. p. 82), peraltro l'unica che del periodo Svevo che manterrà - sin anche nel "toponimo" - la memoria del committente, nonostante i continui intenti dei re Angioini di eliminarne anche negli atti documentari la "presenza". Bisogna comunque sottolineare che la storia circa la fondazione e progettazione della città si è basata sinora su "cronache medievali", spesso ritenute apocrife (alcune riapprofondite anche di recente), che sin dal cinquecento ne hanno enfatizzato la committenza da parte di Manfredi. Ci occuperemo pertanto di stabilire, attraverso l'indagine documentaria pervenuta dall'edizione dei Registri Angioini e da altri documenti editi del periodo (si rammenta l'incendio che distrusse il grandioso Archivio di Napoli ma anche la conquista turca del 1620 che a Manfredonia distrusse gran parte dell'Archivio comunale), ed il raffronto con l'analisi della planimetria urbana esistente, quanto ci sia di corrispondente tra i dati di archivio e quelli planimetrici con la comparazione di esempi coevi. L'analisi verrà condotta utilizzando le unità di misura utilizzate del periodo nell'area meridionale (in particolare "il piede" ed "il braccio" di Foggia, ritrovati incisi su un portone d'accesso di un'Abbazia poco lontana da Manfredonia, nonché su un atto notarile dell'epoca), rapportati al "passo napoletano" (conservato in bronzo nel Duomo di Napoli) ed alla "canna napoletana" segnalata dai documenti. Saranno anche analizzate le motivazioni economiche e sociali che portarono alla fondazione (secondo gli storici, lo spostamento della antica città di Siponto per motivi di malaria e di terremoti in una nuova area più sicura), la scelta del sito, nonché le proporzioni e la scelta dell'estensione. Ma soprattutto la volontà di formare un modello nuovo staccato dagli aspetti tradizionali della cultura del luogo pur nella continuità con alcuni esempi già voluti da Federico quali Augusta e Eraclea-Terranova (oggi Gela). La ricerca si è quindi soffermata sulla formazione della piazza centrale e di quelle minori, della localizzazione dei grandi edifici pubblici e conventuali sino al castello collocato angolarmente. Si cercherà di stabilire insomma quanto della volontà progettuale degli Svevi sia rimasta (consideriamo che Manfredi morirà nel 1266 appena cinque anni dopo la probabile fondazione) e quanto sia stato modificato o rielaborato dagli architetti che ivi vi lavoravano per gli Angioini (tra tutti Pierre d'Argicourt e le maestranze pugliesi tra i quali non va dimenticato il più noto Nicola Pisano). Ma probabilmente Manfredonia rappresenta un modello funzionale di città portuale la cui sapiente linearità ed il cui modello progettuale rimarrà talmente vincente da ricondursi come "trade d'union" nel complesso passaggio tra l'idea simbolica di stato laico voluto dagli Svevi e dalle oculate decisioni commerciali e mercantili operate dagli Angioini (non ultima in Manfredonia l'abolizione delle tasse sui materiali trasportati via mare), che ne affretterà rapidamente le operazioni di realizzazione e ne rafforzerà gli scambi economici nell'area adriatica, iniziando quel processo di spostamento degli interessi con l'Oriente che vedrà la sua concretizzazione con la politica degli Aragonesi.

 

Cittaducale

Flavia Festuccia

Secondo Sebastiano Marchesi Cittaducale sorge per volere di Carlo II d'Angiò nell'anno 1308 al fine di contrastare il potere espansivo della città di Rieti, posta a confine con il territorio dell'Aquila, e quindi del Regno di Napoli. L'esigenza nasce per volere reale e per la richiesta degli abitanti il territorio di confine soggetti continuamente a scorrerie, furti e violenze, ma soprattutto alle tassazioni dei Baroni Bertoldo e Rinaldo (presumibilmente di Hurselinghen, duchi di Spoleto), che, approfittando di un privilegio reale, spadroneggiavano nel territorio. Una città quindi che riunisce una porzione di territorio considerevole (circa 25 km.di lunghezza sulla via Salaria). Le ville ed i castelli che insistevano in tale territorio si riuniscono in quattro comunità diverse dando origine alla città, divisa in "Quarti". La formazione del tessuto edilizio avviene secondo i criteri già narrati per la città dell'Aquila da Buccio di Ranallo, come testimonia nel XVI secolo anche lo storico Sebastiano Marchesi. Ma il formarsi della città, disegnata da Errico de' Recuperanti, su indicazione del Re stesso, ha insito il criterio di formazione delle bastides. Il modello viene adattato al luogo e alle esigenze delle quattro comunità diverse, che, riunendosi, formano un'unica civitas.

 

Prime considerazioni sulle case delle Terrenuove fiorentine

Stefania Ricci

Il 26 gennaio del 1299 il Consiglio dei Cento della Repubblica Fiorentina decreta la fondazione nel Valdarno superiore di tre terre nuove << Tres terrae fiant in partibus Vallis Arni, duo in planitie de Casa Umbertini (cioè Castelfranco e Terranuova) alia iuxta burgum Plani Alberti >>. Delle tre terre nuove San Giovanni è quello che presenta un progetto molto più articolato innovativo e definito, rispetto a Castelfranco e a Terranuova che essendo posteriori sono sicuramente originate da San Giovanni. L'impianto urbano di San Giovanni Valdarno è caratterizzato da 10 isolati costituiti da 16 - 17 case per ognuno dei quattro quartieri. A Castel Franco invece ci sono 16 isolati da 11 case per ognuno dei quattro quartieri, mentre a Terranuova Bracciolini 8 isolati da 13 - 14 case per ognuno dei quattro quartieri . A Giglio (la terranuova progettata e mai realizzata) erano previsti 4 isolati da 23 case per ognuno quattro quartieri . Gli isolati sono composti da una lunga fila di case a schiera la cui larghezza sul fronte stradale è di 10 b. f. equivalenti a 5.84 mt. Questa caratteristica, la dimensione di 10 b. f., uguale per tutti i lotti, permette di avere un maggior numero di case che si affacciano sulla strada principale. Le residenze nei tre centri di nuova fondazione sono state edificate, con vari tipi di murature combinate tra loro: la parte muraria più bassa è frequentemente costituita ciottoli di fiume legati con malta povera, una muratura poco consistente, che necessita nella maggior parte dei casi del contrafforte murario. Si riscontrano spesso muri in mattoni crudi, oppure muri realizzati con la tecnica del pisè. A San Giovanni Valdarno si trovano inoltre una serie di case a sporto Gli edifici a sporti o a palchi risalgono all'incirca al X sec., derivano dal modello dei ballatoi merlati costruiti sulla facciata delle porte del circuito murario, o delle torri cittadine. Gli sporti furono edificati dapprima nella parte alta delle case e successivamente si abbassarono tanto che fu necessario l'intervento del podestà per limitarne l'altezza da terra. I podestà però non si pronunciarono in merito alla sporgenza in rapporto all'ampiezza della strada tanto che i chiassi vennero trasformati in gallerie chiuse. Il chiasso è uno stretto vicolo di servizio che a differenza delle città nuove lucchesi non ha la semplice funzione di raccogliere le acque sporche, ma di collegare le strade più grandi e come a Montevarchi di consentire la comunicazione sul retro della abitazioni. Una parentesi a parte merita a San Giovanni il discorso dei portico, perché se è vero che il chiasso si ritrova anche a Castelfranco ma non a Terranuova, il portico è un caratteristica esclusiva di San Giovanni. A lungo si è dibattuto sull'origine del portico. Per alcuni nasce dalla necessità di sostenere lo sporto, per altri di prolungare lo spazio della bottega, almeno nelle strade principali, ma a San Giovanni si può ipotizzare che faccia parte integrante del progetto originario, e non sia frutto di una casualità.

 

Fossano e le villenove dei principi in area subalpina

Claudia Bonardi

La villanova di Fossano, nel cuneese, nasceva come esito di accordi maturati fra alcuni consortili rurali in chiave anti astigiana, nel volgere di un quarantennio, attorno alla metà del XIII secolo. La procedura di formazione, insolita al punto da richiedere l'appoggio dell'imperatore, non impedì o piuttosto favorì, lo sviluppo del maggior centro a impianto preordinato dell'area subalpina, presto connotato di servizi e rapporti di relazione a carattere urbano con cui presto fu in grado di sviluppare azione politica autonoma nell'ambito dei comuni; ebbe titolo di città nel XVI secolo e divenne quindi sede vescovile. Il disegno dell'impianto urbano riflette pienamente le anomale condizioni d'avvio nella giustapposizione di lottizzazioni settoriali entro la maglia preordinata degli assi primari di viabilità e dei servizi comunitari. Il caso di Fossano si coniuga tuttavia ad altre fondazioni anomale (quali il piazzo di Biella progettato nel 1152 dai vescovi di Vercelli per i loro vassalli locali, oppure la nuova Demonte e la nuova Cuneo sorte nel 1230 con l'appoggio episodico offerto dalle milizie milanesi della Lega a popolazioni legate alla signoria dei marchesi di Saluzzo) e risulta profondamente diverso da quello di siti, ugualmente definiti dalle fonti 'villenove'popolati con il trasferimento coatto di popolazioni rurali soggette o estranee. A partire da episodi precoci quali Cuorgnè, rifondata dai conti di Valperga per i superstiti di un alluvione nel XII secolo, all'ormai nota Cherasco del 1243, fino alle più recenti villenove degli Acaia (Bricherasio , 129; Moretta, 1326), dei marchesi di Monferrato (Caresana, 1255; Occimiano 1275; Borgo San Martino , 1278), di quelli di Saluzzo ( Cardé), questi ultimi sono caratterizzati da regolarità d'impianto e di lottizzazione, razionale e scarna presenza dei servizi comunitari che mantenuti nel lungo periodo dal una gestione sempre coerente a identici principi, ha raramente derogato dal progetto d'impianto. Gli studi fin qui svolti non presentano caratteri di organicità; possono contare su approfondimenti episodici, favoriti dal reperimento di documenti specifici (Cuorgné,Trino, Tricerro, Fontaneto Po, Priero e ancora Fossano) dai quali emergono spunti relativi ai criteri progettuali, di tracciamento e definizione dei lotti nonché alle figure professionali impegnate a livello decisionale ed esecutivo.

 

Impianto e metrologia delle fondazioni inglesi. gli Itineraries di William Worcestre

Federica Angelucci

L'argomento dell'intervento, relativo all'Inghilterra medievale, affronterà il tema delle città fondate del XIII secolo. La figura di Edoardo I, promotore delle new towns, emergerà attraverso documenti di Consigli parlamentari, a carattere urbanistico, da lui indetti. La relazione, esplicitando il ruolo dei pianificatori urbanistici di cui il Re si avvalse, ripercorrerà, partendo a ritroso, le tappe delle pianificazioni. Tramite citazioni, tratte da statuti, si evidenzieranno i compiti, progettuali, politici e organizzativi degli ideatori, sottolineandone i propositi, le implicazioni, ed i risultati. Non verranno dimenticate le motivazioni militari che nel Galles influenzeranno notevolmente la scelta del luogo di edificazione e si porrà l'accento sul superamento degli schemi tradizionali dei nuovi impianti. Per meglio esaminare l'estensiva attività edificatoria duecentesca, verrà tracciata un'immagine degli eterogenei modelli delle fondazioni gallesi e inglesi. Brevi cenni alla tradizione delle città anglo-sassoni con impianto a croce di strade e delle città fortificate Normanne ci permetteranno di evidenziare le città nuove. La comparazione tra fondazioni a carattere militare e a carattere civile ci consentirà di giungere all'osservazione del tracciato delle città. A tale proposito si approfondirà la fondazione di New Winchelsea, nell'Inghilterra del sud. La dimensione, la morfologia del territorio ma soprattutto la sua forte regolarità a scacchiera, piuttosto insolita nelle città inglesi, saranno elementi necessari della trattazione. In riferimento ad essa verrà discusso il tema delle unità di misura usate nella progettazione dell'impianto. Sarà inoltre imprescindibile soffermarsi su un documento manoscritto del XV secolo ad opera dell'antiquario inglese William Worcestre. In questo documento sono riportati appunti relativi a degli itinerari che Worcestre compie attraverso le contee del sud, visitando un cospicuo numero di città. Questo testo è per noi di fondamentale importanza in quanto in esso vengono riportate annotazioni e commenti circa dimensioni di città e di architetture in esse presenti. Sono molteplici gli argomenti che rendono il manoscritto di inestimabile valore; tra questi, preziosa è la scelta delle unità di misura utilizzate per le dimensioni e fondamentali le note di carattere urbanistico presenti nel testo. Ciò che è stato oggetto di attenzione, riguarda prevalentemente la tipologia e la molteplicità delle unità di misura adottate, e vincolante la descrizione di una particolare unità da lui stesso creata sulla base della dimensione del suo proprio piede e quindi del suo passo.

 

Castelfranco di Paganico: una fondazione senese del '200

Carlo Armati

La decisione di fondare il castello franco di Paganico avviene negli ultimi giorni dell'anno 1292 per opera della Repubblica senese, riproponendo un'idea già accarezzata trenta anni prima con il duplice scopo di salvaguardare il territorio a sud verso il mare in via di conquista e di vigilare sull'arteria che da Siena andava verso Grosseto e sulla quale il nuovo borgo andava ad insediarsi, importante via di comunicazione soprattutto per i mercanti. La fondazione vera e propria viene intrapresa dai senesi con molta probabilità nei primi giorni del 1293, secondo un piano che ha molte analogie con quello delle "terre nuove" fiorentine, in special modo con San Giovanni Valdarno e Terranuova Bracciolini, di qualche anno posteriori, per l'organizzazione della pianta della città, della piazza e delle emergenze quali la chiesa e il palazzo comunale, per la rigorosa simmetria dell'impianto, per la gerarchia delle strade e degli isolati che decrescono in profondità dall'asse centrale longitudinale verso le mura secondo la legge dei cerchi radiati regolatori. L'intervento approfondisce lo studio del piano originario di Paganico attraverso l'analisi dell'impianto progettuale, dell'assetto urbanistico, della metrologia, della cerchia muraria progettata e di quella effettivamente realizzata trent'anni dopo, che ridefinirà il borgo.

 

Misura e struttura nelle fondazioni dell' Europa Centrale

Irina Baldescu

La cultura progettuale delle nuove fondazioni si è sviluppata nell'Europa Centrale in relazione alle ondate della colonizzazione tedesca orientale, succedutesi dal XII al XIV secolo. La campagna di ricostruzione in seguito alla grande invasione tartata del 1241 ha offerto un ampio terreno per la sperimentazione geometrica di vari modelli d'impianti urbani. Il grande volume di documenti (carte di fondazione) riguardanti l'area polacca conservatisi ha consentito, con il supporto degli studi metrologici, di ricostruire anche i procedimenti topografici e agrimensori propri delle nuove fondazioni, permettendo conclusioni validi per l'intera area central europea. Gli impianti sono in genere organizzati a scacchiera, con al centro una piazza rettangolare; si nota anche la persistenza della cultura progettuale della strada curvilinea. Sembra che per prima era tracciato il perimetro esterno dell'insediamento, in seguito la piazza centrale, poi gli isolati corrispondenti ai fronti della piazza, ultimamente il resto dell'impianto. Questa successione di tappe spiega anche le relative deviazioni di assi, purché la matrice geometrica rimane sempre riconoscibile. Le unità di misura usate sono il braccio e il piede, che sembrano usate in parallelo, con il rapporto 1 braccio = 2 piedi. I valori del piede, diversi da città a città, si raggruppano per quanto si è potuto identificare tra 29.5 cm e 31.4 cm. Inoltre si usano gli moltipli 1 fune = 10 verghe = 75 braccia = 150 piedi 1 verga = 7 ½ braccia= 15 piedi, nonché una 1 verga minore = 6 braccia = 12 piedi. Se il disegno modullare delle particelle è assai rigoroso (in Polonia, Silesia, per esempio 60 x 120 piedi a Ujazd, Brzeg, 60 x 240 piedi a Breslavia, 50 x150 piedi a Swidnica; 36 x 72 braccia a Cracovia; Romania, Trasilvania, 60 x 240 braccia a Cluj; ecc.) , invece la larghezza delle strade e delle piazze e controllata con minore precisione. Tale situazione è indicatrice di una maggiore attenzione rivolta ai fini fiscali (poiché l'imposta dovuta si calcolava nelle città polacche in relazione alle dimensioni della particella), e meno ai problemi di decoro urbano.

 

Les villes neuves en france du sud ouest des XIIIe et XIVe siecles appelees bastides

Contribution du Centre d'Etude des Bastides a l'etude du phenomene urbain dans l'Europe Medievale

Claude Calmettes - président du Centre d'Etude des Bastides

1) Introduction A la suite d'une étude urbaine et des documents amassés sur l'histoire des bastides et leur réalité d'aujourd'hui, se crée un Centre d'Etude des Bastides. 2) Les surprises des études urbaines Influencées par la démarche entreprise sur le Centre Historique de la ville de Bologne, les études sur Villefranche-de-Rouergue débouchent sur la découverte du phénomène des bastides. La volonté d'utiliser le fonds documentaire pour en partager et en enrichir la matière reçoit un accueil permettant la mise en place d'une association rassemblant des personnalités de tous les bords et suscitant l'intérêt des universitaires et des élus politiques. 3) Histoire et compilation Une première définition du mot bastide engage l'association dans la recherche et l'exploitation des données existantes grâce aux sources publiées. C'est l'histoire du milieu féodal du Sud Ouest de la France qui aboutit à la création de ces villes neuves volontaires pendant 150 ans. 4) L'inventaire et le terrain La recherche dans les Archives nourrit une banque de données couvrant l'ensemble du territoire des bastides et la découverte sur le terrain des lieux et des hommes conduit à une nouvelle appréciation de ces fondations. L'existence, la disparition ou le développement des agglomérations rendent compte d'une réalité bastide à travers les hommes qui les habitent. 5) La ville neuve, fruit de l'évolution La convention signée avec l'université Toulouse-II-le-Mirail engage le C.E.B. dans une nouvelle approche des basides à partir des recherches originales menées au sein du laboratoire FRAMESPA. C'est à partir de l'étude du peuplement que se dégage une hiérarchie des fondations dans le temps et une lente évolution dans la morphologie urbaine aboutissant à la ville neuve à plan régulier : la bastide. 6) Le plan régulier fruit de la volonté C'est l'organisation sociale à laquelle tend l'évolution de la civilisation qui ressort des principes de composition des plans. Les bastides viennent terminer l'ère de l'urbanisation du grand Sud Ouest en offrant le fruit d'une volonté créatrice propre à l'époque gothique. Ce patrimoine s'impose par son originalité et nécessite des mesures conservatoires. Un patrimoine commun L'ensemble des réalisations fondées sous le vocable bastide appartient au domaine de l'histoire mais le patrimoine reconnu comme représentatif d'une culture gothique tient dans la morphologie rigoureuse des plans les plus réussis. C'est à eux qu'il convient d'apporter l'attention la plus vive pour une meilleure mise en valeur et d'assumer un développement durable conforme aux réalités d'aujourd'hui à l'heure de l'Europe. La mise en place d'un réseau Elargissant le champ de sa recherche et de ses actions à l'ensemble de l'Europe occidentale, le C.E.B. met en place une structure et une politique tournée vers les partenaires de chacune des régions porteuses de ces fondations volontaires. Les cloisonnements universitaires pourront s'ouvrir pour un partage nécessaire des connaissances. Ainsi la Toscane, le Piémont, la Vénétie et d'autres pourront apporter ensemble le message de l'Italie dans une Europe des villes neuves à plan régulier. Les fruits du partage En France du Sud ouest, le mouvement est amorcé. Les bastides ont pris conscience de la nécessité de vivre, l'aménagement du territoire est une chance à saisir, il y a une place à prendre. Elles ont accepté de se regrouper en association départementale, bientôt en fédérations régionales et sans doute en entité interrégionale. En face, elles espèrent voir faire de même les villes neuves des différentes Régions d'Europe : l'Espagne, l'Italie, l'Allemagne, la Pologne, la Tchéquie… Le réseau constitué au fur et à mesure développe tous les échanges possibles contribuant à la redécouverte du patrimoine européen et au développement économique et culturel de ces fondations volontaires. Conclusion Le C.E.B. se propose d'être le fédérateur des regroupements régionaux européens apportant son expérience et sa flexibilité à l'élaboration d'une charte européenne des villes neuves médiévales à plan régulier propre au réseau à constituer ensemble.

 

Villarreal e le città nuove del duecento nella corona d'aragona

Amadeo Serra Desfilis

Il processo di espansione della Corona d'Aragona durante il Duecento comportò la fondazione di città nuove nei territori conquistati ai musulmani nei regni di Mallorca (1229-1232) e Valencia (1232-1244). Gli insediamenti cristiani presero le mosse sia da nucli islamici sia da nuove fondazioni urbane, ma sempre rimasero soggetti ad un vasto programma di riordinamento del territorio conquistato. Le città nuove ebbero dunque un ruolo coloniale e esemplare di fronte al modello dell'urbanistica islamica presente nei nucli più importanti come Mallorca o Valencia, capitali dei nuovi regni della Corona d'Aragona. Il francescano Francesc Eiximenis nelle sue opere più note (Lo Crestià e il Regiment de la cosa pública) sarà il teorico di questo modello cristiano, in tanto che diverso delle città islamiche, e legato contemporaneamente al prestigio della tradizione antica nelle sue fonti letterarie (Vegezio, Aristotele). L'organizzazione spaziale dei nuovi centri appare definita con precisione nelle Ordinacions de Giacomo II di Mallorca (1300) ma veniva adoperata nella seconda metà del Duecento a Valencia. Il caso di Villarreal (1274) è in realtà soltanto quello più famoso di una serie di nuove fondazioni stabilite nelle pianure litorali del nord del territorio valenzano, come Almenara, Nules e Castellón. Tuttavia, l'impianto rettangolare e quatripartito, di strade rettilinee e isolati regolari, conferisce la trama urbana di Villarreal un carattere particolare che ribadiscono le circonstanze storiche della fondazione. Infatti l'intervento del re Giacomo I -ritenuto dalla tradizione letteraria disegnatore della pianta della città-, lo stesso nome di Villarreal (`città reale´), l'importanza politica che le veniva attribuita nel regno, l'accurata scelta del sito in merito al controllo del territorio recentemente conquistato e infine il reorientamento della viabilità nonché del sistema d'irrigazione costituiscono indizi sicuri di una volontà decisa di stabilire un modello urbanistico di primo ordine per il nuovo regno. La nostra relazione tenta di mettere a fuoco l'impianto originale e le sue particolarità partendo dai rilievi storici, i piani dell'Otto- e Novecento e i documenti di archivio.

 

La fondazione di città nuove sul litorale cantabrico (1150-1250)

Miguel Remolina Seivane

Nella seconda metà del secolo XII ha inizio nel litorale cantabrico spagnolo un singolare proceso di costruzione e organizzazione territoriale. I nuovi interesi politici dei Regni de Leon, Castiglia e Navarra, vanno a produrre la promozione di una regione, fino allora periferica, dove non esistevano città; in un breve arco temporale, dal 1160 (creazione de Castro Urdiales) a 1227 (fondazione de Llanes), si produce la strutturazione di questo ampio territorio attraverso la fondazione de città-porti; posteriormente, e su questo stesso schema base, si produranno succesive fondazioni, fino a quando nella metà del Trecento, finisca il proceso che ha permesso fondare circa un centinaio de ville. Lo studio si centra sulla morfologia dei nuclei del primo periodo, derivata dallo schema de cittá-via, giá sperimentato nelle fondazione del Camino de Santiago. Qui, bensi, diverse condizionanti deformano questo schema geometrico iniziale: la ubicazione de riva e porto, la topografia, le preexistenze, le vie, ecc. fino a produrre un magnifico campione de cittá nuove. Tra le città fondate, Guetaria (1209), Castro Urdiales (1160) e Laredo (1200), esemplificano le carateristiche e le vicende morfologiche, che si analizzano partendo dalla considerazione del impianto iniziale e la sua geometria, attraverso le documentazione grafica, sia storica, sia elaborata espressamente dall' autore.

 

Costacciaro - Una colonia fondata ai limiti del dominio eugubino

Paolo Micalizzi

Nel terzo decennio del Duecento Gubbio intraprende un ambizioso progetto di espansione urbana culminato nell'ampliamento della cinta muraria e nella pianificazione del quartiere di S.Pietro. Quasi contemporaneamente viene avviata nel territorio la fondazione della "colonia" di Pergola, nonché quella dei castelli di Cantiano e Costacciaro. Se la prima rappresenta una sorta di avamposto eugubino in territorio marchigiano, i due castelli stabiliscono invece solidi presidi della città-stato sulla via Flaminia. Come ho già rilevato in precedenti occasioni, tali iniziative, per la rapidità e sincronia della realizzazione, come per l'omogeneità dei modelli di impianto adottati, costituiscono un fondamentale momento di svolta nella storia urbanistica del potente comune umbro. Essi difatti segnano il passaggio da una fase in cui gli elementi costitutivi della città, e principalmente le strade, erano realizzati e venivano trasformati in tempi relativamente lunghi, secondo tracciati prevalentemente curvilinei, ad una fase in cui i principali interventi urbanistici, coordinati dall'autorità comunale e, forse, regolati da un vero progetto, sono assoggettati alle leggi di una geometria rettilinea, razionale e tendenzialmente antinaturalistica. Tale trasformazione è tanto profonda da comportare, non solo, come detto, l'aggiornamento degli antichi impianti urbani, ma anche l'invenzione di nuove tipologie edilizie. Se le nuove soluzioni urbanistico-edilizie vengono attuate con la massima forza ed evidenza nella città madre (dove, parallelamente alla obsolescenza delle strade in curva si assiste anche alla scomparsa delle tipiche case caratterizzate dalla cosiddetta "porta del morto"), di esse si trovano anche significative espressioni nell'impianto del castrum di Costacciaro. Qui, più che nelle altre due colonie (ove, evidentemente, le spinte innovative erano frenate dalla maggiore incidenza delle preesistenze), assistiamo alla realizzazione di un impianto urbano molto regolare, certamente relazionato a quello del nuovo quartiere di S.Pietro a Gubbio. In entrambi i casi è tracciato un asse principale di ampiezza molto rilevante (pari a circa tre canne eugubine) ed un reticolo secondario, tendenzialmente ortogonale ad esso, qualificato, più che dalla presenza di particolari emergenze monumentali, dalla regolarità dell'impianto complessivo. Coerentemente, a Costacciaro la piazza principale è posta in una posizione decentrata, mentre i principali edifici civili si allineano con rigore e semplicità lungo le ordinate quinte stradali; queste ultime invece sono, anzi erano, dominate dalla presenza di doppi fondali architettonici, per lo più costituiti (salvo il caso della chiesa della Misericordia) da parti significative delle antiche fortificazioni.

 

Cascina: dal "Castello de la Plebe" al borgo fortificato (XI-XIV sec.)

Guglielmo Villa

Cascina è un centro di fondazione singolare, per la complessa stratificazione che ne caratterizza la struttura urbanistica. L'organismo reca, evidente, l'impronta di un disegno unitario, di una iniziativa di fondazione pianificata sulla base di precisi criteri geometrici; al tempo stesso, tuttavia, denuncia significative anomalie. Notevoli appaiono, in particolare, le irregolarità, che possono essere in parte imputabili, certo, ad una approssimazione esecutiva comune a molte fondazioni medievali, specie tra quelle più antiche; ma che, almeno nei casi più vistosi, si devono ascrivere soprattutto ai condizionamenti imposti da preesistenze cospicue, tanto in sede progettuale, quanto in fase di realizzazione. Lo schema d'impianto originario ha subito, d'altra parte, nel corso della sua esistenza trasformazioni importanti, tali da mutarne in maniera sostanziale l'assetto e le condizioni d'uso. È come se ci trovassimo di fronte, insomma, ad una sorta di palinsesto urbanistico, la cui lettura non può prescindere dal riconoscimento delle fasi di scrittura e riscrittura, degli interventi progettuali che ne hanno orientato la strutturazione e le successive modificazioni, delle differenti componenti culturali, tecniche ed estetiche che vi si sono via via addensate. Tracce delle più antiche strutture insediative si riconoscono nel quadrante nord occidentale del nucleo murato, dove si può localizzare, tra l'altro, il primitivo castrum vescovile - attestato a partire dal 1071 - che era sorto in prossimità della pieve di origine alto medievale. Immediatamente più a nord, un breve tratto di strada ad andamento sinuoso è ciò che rimane dell'antico asse territoriale di collegamento tra Pisa e Firenze, lungo il quale, in corrispondenza della pieve e del castello doveva essersi formato già nell'XI secolo un piccolo borgo. I segni lasciati da queste strutture sulla configurazione planimetrica del centro urbano consentono di valutarne, almeno in linea di massima, l'estensione, rivelando la modesta entità di un insediamento, che doveva in massima parte la sua rilevanza alla presenza della pieve, importante caposaldo dell'organizzazione del territorio. Tale sarebbe rimasta a lungo la sua consistenza; almeno fino alla prima metà del XII secolo, quando il borgo pievano doveva essere interessato da una vera e propria opera di rifondazione, promossa dall'arcivescovo di Pisa, che sancirà un sostanziale salto di qualità sia su un piano dimensionale che da un punto di vista urbanistico. A questo intervento, si deve ascrivere, innanzitutto, una prima traslazione verso meridione del principale percorso di attraversamento dell'abitato. L'antico tracciato tortuoso viene sostituito da quello, pressoché rettilineo, corrispondente all'attuale via Garibaldi, che diviene l'asse fondamentale di una nuova, più ampia, struttura insediativa, articolata secondo una griglia geometrica a maglie rettangolari. Sui due fronti dell'asse primario si innestano altrettante serie di tracciati secondari rettilinei e tendenzialmente ortogonali al primo, tra loro distanziati secondo una precisa scansione modulare, in maniera da definire, sia pure con qualche approssimazione, isolati rettangolari di superficie omogenea. Fa eccezione, ovviamente, l'area già occupata dalla pieve e dal castrum ad essa annesso, che nell'articolazione e negli orientamenti del tessuto edilizio costituisce una macroscopica anomalia. L'assetto codificato nel XII secolo era tuttavia destinato ad essere messo nuovamente in discussione sul finire del Trecento, quando il centro subisce trasformazioni sostanziali nella sua struttura, in seguito all'attuazione di interventi originati probabilmente da ragioni prevalentemente militari, ma che conducono ad una complessiva risignificazione della struttura urbana negli aspetti funzionali, e nei connotati estetici. A quest'epoca risale la costruzione di una nuova cinta muraria, dotata lungo il suo perimetro di dodici torri ad impianto rettangolare, gran parte delle quali poste in evidente connessione geometrica con il vecchio impianto urbanistico; Dell'imponente torrione a base quadrata collocato nei pressi della scomparsa porta Pisana; ma soprattutto l'apertura di un nuovo percorso di attraversamento secondo l'asse est-ovest, porticato sui due fronti, che doveva sostituire il vecchio tracciato di spina nella funzione di asse strutturante del complesso insediativo. La nuova strada, corrispondente all'attuale corso Matteotti rappresenta certamente l'esito di maggio interesse degli interventi trecenteschi. Realizzata a costo di cospicue demolizioni, questa assume infatti una originale configurazione trapezia: un impianto concepito soprattutto in funzione difensiva, come dimostrano le relazioni geometriche che lo legano al coevo torrione di porta Pisana; ma che senza dubbio esprime una ricerca di qualificazione estetica di alto livello, testimoniando di una precoce applicazione in campo urbanistico di concezioni spaziali legati ai principi della visione prospettica che di lì a poco si diffonderanno rapidamente nella cultura artistica europea.

 

Castelfranco di Sopra: permanenze e variazioni delle geometrie d'impianto

Gabriella Orefice

Gli studi effettuati sulle Terre Nuove fiorentine hanno già ampiamente preso in esame gli schemi di proporzionamento e le geometrie che sono alla base del particolare disegno urbanistico di Castelfranco che suggerisce, come rileva Guidoni, "non solo una sorta di quadratura del circolo, ma anche di reciproco condizionamento tra impianto cruciforme e impianto allungato a strade parallele". In effetti però l'originale schema di progetto, con i suoi precisi rapporti dimensionali, sin dal momento della fondazione deve fare i conti oltre che con una realtà morfologica assai difficile e complessa, anche con un certo numero di preesistenze che ne condizionano la realizzazione (come avviene per la chiesa di San Tommaso). La scelta del sito per la costruzione di Castelfranco, collocato a differenza di S. Giovanni e di Terranuova, insediamenti di fondovalle, su un terrazzamento compreso fra l'Arno e il Pratomagno, percorso dal torrente Faella, è con tutta probabilità la causa del precoce deterioramento del circuito murario della città, dato che già nel dicembre 1355 si registra una prima provvisione del Comune di Firenze per far di nuovo, ricostruire quella parte delle mura di Castelfranco che sono rovinate o che stanno per rovinare, con tutta probabilità a causa del cedimento del terreno sul lato di Porta Fiorentina. In assenza di altri documenti al riguardo che indichino interventi successivi si può ritenere che siano questi i lavori che definiscono il disegno definitivo del circuito murario della città. Una provvisione degli Ufficiali delle Castella di Firenze risalente al 28 maggio 1366 concernente una serie di interventi di potenzamento delle difese esterne, sembra infatti dare per conclusi i lavori di ricostruzione vera e propria. Risale a questo anno invece la realizzazione dei fossati esterni alle mura a Porta Montanina e a Porta Fiorentina e la costruzione dei ponti levatoi e dei relativi antiporti. Alla mancanza di informazioni più dettagliate sopperisce solo in parte la notissima, ma schematica, pianta della terra dei Capitani di Parte, mentre risolutiva si dimostra la relazione stilata da un ingegnere dei Capitani di Parte alla fine di marzo del 1552, in cui si danno precise indicazioni sulla misura dei fossi e delle carbonaie che cicondano il circuito murario, da cui è possibile ricostruire con esattezza il disegno complessivo della terra, che mostra alcune significate asimmetrie. A questa data Castelfranco presenta una pianta leggermente trapezoidale, con i lati di Porta Franca e Porta Buia lunghi 444 braccia, mentre verso Porta Montanina la misura scende a 416, diminuendo ulteriormente sul lato di Porta Fiorentina fino a 400 braccia. Anche le carbonaie e il fossato che circondano il centro non hanno un andamento regolare, più profondi verso Porta Buia, complessivamente 36 braccia (18 di carbonaie e 18 di fossato), misurano solo 30 braccia (rispettivamente 12 e 18) sui lati di Porta Montanina e Porta Franca, mentre si riducono a 18 braccia complessive a Porta Fiorentina, dimensioni che confortano l'ipotesi iniziale di cedimenti del terreno in questa zona. Si può inoltre ipotizzare che nella seconda metà del Trecento, lo sviluppo edilizio di Castelfranco si limiti ai tracciati stradali principali e alla piazza centrale, dove oltre al Palazzo Comunale e alla Chiesa di S. Pietro, è già presente la Loggia Pubblica. Alla fine del secolo si registrano in Castelfranco, divenuto nel 1384 sede di Podesteria, alcuni interventi di abbellimento indirizzati a dare maggior prestigio e visibilità ai suoi edifici più importanti, come accade per l'antica Badia di Soffena, per la quale si avvia nel 1392 una completa revisione decorativa. Contemporaneamente la città si dota di direttive atte a regolare lo sviluppo edilizio, introducendo alcune norme intese a tutelare le caratteristiche originarie del centro e la sua regolarità d'impianto. Vanno viste in quest'ottica alcune rubriche inserite nello Statuto adottato nel 1394, che tendono a salvaguardare il tessuto urbanistico della città, a proibire l'abbattimento di edifici in buone condizioni strutturali e ad agevolare la costruzione di nuove case di abitazione. Alla fine del secolo quindi si è già in parte delineata una situazione edilizia che perdurerà per tutto il Quattrocento, anche se sono da registrare alcuni interventi significativi, quali la costruzione del loggiato sul fronte della chiesa di S. Tommaso, la ristrutturazione del Palazzo del Comune, avviata alla metà del secolo o, ancora la ricostruzione nella piazza principale di un nuovo pozzo, la cui architrave di pietra porta gli stemmi della Repubblica Fiorentina, del Comune di Castelfranco e del Podestà in carica. L'attività edilizia si fa più vivace nel corso del Cinquecento, quando la città deve rispondere alle esigenze che derivano da un consistente incremento demografico, dato che si è passati dai 284 abitanti, censiti nel catasto del 1427, ai 487 residenti nel castello nel 1551. I pochi documenti conservati e gli elementi architettonici superstiti danno conto di un ammodernamento della scena urbana, fatta ora di ordinati palazzetti signorili, con portali e finestre con mostre ad arco in pietra, disposti soprattutto lungo la croce di strade principali e in fregio alla piazza. Si assiste ad una lenta ma sistematica erosione del regolare disegno geometrico che, seppur incompleto, aveva caratterizzato Castefranco sin dal momento della sua fondazione. L'accorpamento di più lotti contigui, favorito dalla legge sull'edilizia di pregio, emanata dal granduca Cosimo I de' Medici nel 1551, complica la lettura della primitiva scansione dei lotti, lettura che comunque è possibile in pianta, in quanto le nuove costruzioni hanno dimensioni spesso multiple dell'originale parcella di 10 braccia. Un processo che per quanto perduri nei secoli successivi non riesce a cancellare del tutto la regolare modularità del disegno complessivo, che il tessuto urbanistico mantiene nel tempo, malgrado le originarie variazioni di proporzioni e misura, legate come si è visto più alle difficili condizioni geomorfologiche che a impedimenti nella gestione della pianificazione. Maggiormente lesive si sono dimostrate nel tempo le ripetute manomissioni apportate al circuito murario sino al quasi completo abbattimento delle cortine, che hanno sconvolto l'immagine complessiva di Castelfranco, diluendo verso l'esterno la serrata composizione ortogonale dell'impianto medievale.

 

Pietrasanta, il primo impianto e l'addizione

Paolo Maccari

La Città di Lucca è impegnata nel XII e XIII nella lotta di conquista della Versilia, strappandola alle forze ghibelline che controllano i traffici marittimi passanti dal porto Motrone; il compimento dell'impresa è attuato con l'impianto di due nuovi centri abitati, questi devono ospitare la popolazione autoctona assoggettata. Uno di questi viene dedicato alla casata di Guiscardo, Podestà di Lucca che nel 1255 dà avvio alla doppia fondazione. Per entrambi i centri viene attuato un progetto urbano che nasce da un disegno modulare; l'elemento base è il braccio lucchese di 59 centimetri, il modulo è costituito dal quadrato con sei braccia di lato, da questi elementi nascono i lotti, i borghi, la piazza, le vie principali, secondarie. Il XIV secolo è quello del compimento dell'organismo urbano di Pietrasanta: l'addizione di un nuovo quartiere, l'alzata delle mura e di elementi difensivi e la costruzione di organismi architettonici a decoro della piazza, ognuno con il proprio carico simbolico e sociale. Le soluzioni architettoniche ed urbanistiche attuate nella crescita del centro versiliese sono mutuate dall'esperienza della Firenze medievale, grande alleata guelfa della città fondatrice Lucca.

 

 

 

 

 

 

 

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