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Giorgio
Vasari, Le Vite - Vita di Arnolfo di Lapo
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| Essendosi
ragionato nel proemio delle Vite d'alcune fabriche di maniera
vecchia non antica e taciuto per non sapergli i nomi degl'ar
chitetti che le fecero fare, farò menzione nel proemio
di questa Vita d'Arnolfo d'alcuni altri edifizii fatti ne'
tempi suoi o poco inanzi de' quali non si sa similmente chi
furono i maestri, e poi di quelli che furono fatti ne' medesimi
tempi de' quali si sa chi furono gl'ar chitettori o per riconoscersi
benissimo la maniera d'essi edifizii o per averne notizia
avuto mediante gli scritti e memorie lasciate da lo ro nelle
opere fatte. Né sarà ciò fuor di proposito,
perché, se bene non sono né di bella né
di buona maniera ma solamente gran dissimi e magnifici, sono
degni nondimeno di qualche considera zione. Furono fatti dunque
al tempo di Lapo e d'Arnolfo suo figliuolo molti edifizii
d'importanza in Italia e fuori, de' quali non ho potuto trovare
io gl'architettori, come sono la Badia di Mo[n]reale in Si
cilia, il Piscopio di Napoli, la Certosa di Pavia, il Duomo
di Milano, San Piero e San Petronio di Bologna, et altri molti
che per tutta Italia fatti con incredibile spesa si veggiono;
i quali tutti edificii aven do io veduti e considerati, e
così molte sculture di que' tempi e particolarmente
in Ravenna, e non avendo trovato mai nonché alcuna
memoria de' maestri ma neanche molte volte in che millesimo
fussero fatte, non posso se non maravigliarmi della goffezza
e poco disiderio di gloria degl'uomini di quell'età.
Ma tornando a nostro proposito, dopo le fabriche dette di
sopra cominciarono pure a nascere alcuni di spirito più
elevato, i quali, se non trovarono, cercarono almeno di trovar
qualche cosa di buono. Il primo fu Buono, del quale non so
né la patria né il cognome, per ché egli
stesso, facendo memoria di sé in alcuna delle sue opere,
non pose altro che semplicemente il nome. Costui, il quale
fu scultore et architetto, fece primieramente in Ravenna molti
palazzi e chiese et alcune sculture negl'anni di nostra salute
1152; per le quali cose venuto in cognizione, fu chiamato
a Napoli, dove fondò (se bene furono finiti da altri,
come si dirà) Castel Capoano e Castel dell'Uovo. E
dopo, al tempo di Domenico Morosini doge di Vinezia, fondò
il campanile di S. Marco con molta considerazione e giudizio,
avendo così bene fatto palificare e fondare la piatèa
di quella torre ch'ella non ha mai mosso un pelo, come aver
fatto molti edifizii fabricati in quella città inanzi
a lui si è veduto e si vede; e da lui forse appararono
i Vini ziani a fondare nella maniera che oggi fanno i bellissimi
e ricchissimi edifizii che ogni giorno si fanno magnificamente
in quella nobilissima città. Bene è vero che
non ha questa torre altro di buono in sé, né
maniera né ornamento né insomma cosa alcuna
che sia molto lode vole. Fu finita sotto Anastasio Quarto
et Adriano Quarto pontefici l'anno 1154 Fu similmente architettura
di Buono la chiesa di S. An drea di Pistoia, e sua scultura
un architrave di marmo che è sopra la porta, pieno
di figure fatte alla maniera de' Gotti, nel quale architrave
è il suo nome intagliato e in che tempo fu da lui fatta
quell'opera, che fu l'anno 1166. Chiamato poi a Firenze, diede
il disegno di ringran dire, come si fece, la chiesa di Santa
Maria Maggiore, la quale era allora fuor della città
et avuta in venerazione per averla sagrata papa Pelagio molti
anni inanzi, e per esser quanto alla grandezza e ma niera
assai ragionevole corpo di chiesa. Condotto poi Buono da gl'Aretini
nella loro città, fece l'abitazione vecchia de' signori
d'Arezzo, cioè un palazzo della maniera de' Gotti,
et appresso a quello una torre per la campana; il quale edificio,
che di quella maniera era ragionevole, fu gettato in terra,
per essere dirimpetto e assai vicino alla fortezza di quella
città, l'anno 1533. Pigliando poi l'arte alquanto di
miglioramento per l'opere d'un Guglielmo di nazione, credo
io, tedesca, furono fatti alcuni edifizii di grandissima spesa
e d'un poco migliore maniera; perché questo Guglielmo,
secondo che si dice, l'anno 1174 insieme con Bonanno scultore
fondò in Pisa il campanile del Duomo, dove sono alcune
parole intagliate che dicono: A. D. MCLXXIIII CAMPANILE HOC
FUIT FUNDATUM MENSE AUG.. Ma non avendo questi due architetti
molta pratica di fondare in Pisa e perciò non palificando
la piatèa come dovevano, prima ch'e' fussero al mezzo
di quella fabrica ella inchinò da un lato e piegò
in sul più debole, di maniera che il detto campanile
pende sei braccia e mezzo fuor del diritto suo, secondo che
da quella banda calò il fondamento; e se bene ciò
nel disotto è poco e all'altezza si dimostra assai,
con fare star altrui maravigliato come possa es sere che non
sia rovinato e non abbia gettato peli, la ragione è
perché questo edifizio è tondo fuori e dentro
è fatto a guisa d'un pozzo vòto e collegato
di maniera con le pietre che è quasi im possibile che
rovini, e massimamente aiutato dai fondamenti che han no fuor
della terra un getto di tre braccia, fatto, come si vede,
dopo la calata del campanile per sostentamento di quello.
Credo bene che non sarebbe oggi, se fusse stato quadro, in
piedi, perciò che i canto ni delle quadrature l'arebbono,
come spesso si vede avvenire, di ma niera spinto infuori che
sarebbe rovinato. E se la Carisenda, torre in Bologna e quadra,
pende e non rovina, ciò adiviene perché ella
è sot tile e non pende tanto, non aggravata da tanto
peso a un gran pezzo quanto questo campanile, il quale è
lodato non perché abbia in sé di segno o bella
maniera ma solamente per la sua stravaganza, non pa rendo
a chi lo vede che egli possa in niuna guisa sostenersi. E
il so pradetto Bonanno, mentre si faceva il detto campanile,
fece l'anno 1180 la porta reale di bronzo del detto Duomo
di Pisa, nella quale si veggiono queste lettere: EGO BONANNUS
PIS. MEA ARTE HANC PORTAM UNO ANNO PERFECI TEMPORE BENEDICTI
OPERARII. Nelle muraglie poi che in Roma furono fatte di spoglie
antiche a S. Ianni Laterano sotto Luzio Terzo et Urbano Terzo
pontifici, quando da esso Urbano fu coronato Federigo imperator[e],
si vede che l'arte andava seguitando di migliorare, perché
certi tempietti e capelline fatti, come s'è detto,
di spoglie hanno assai ragionevole di segno et alcune cose
in sé degne di considerazione, e fra l'altre questa,
che le volte furon fatte, per non caricare le spalle di quelli
edifizii, di cannoni piccoli e con certi partimenti di stucchi
secondo que' tempi assai lodevoli; e nelle cornici et altri
membri si vede che gl'artefici si andavano aiutando per trovare
il buono. Fece poi fare Innocenzio Terzo in sul monte Vaticano
due palazzi, per quel che si è potuto vedere di assai
buona maniera; ma perché da altri Papi furono ro vinati,
e particolarmente da Nicola Quinto che disfece e rifece la
maggior parte del palazzo, non ne dirò altro se non
che si vede una parte d'essi nel torrione tondo e parte nella
sagrestia vecchia di S. Piero. Questo Inno[cenzio] III, il
qual sedette anni 19 e si dilettò molto di fabricare,
fece in Roma molti edifizii e particolarmente, col disegno
di Marchionne Aretino architetto e scultore, la torre de'
Conti, così nominata dal cognome di lui, che era di
quella famiglia. Il medesimo Marchionne finì, l'anno
che Innocenzio Terzo morì, la fabrica del la Pieve
d'Arezzo e similmente il campanile, facendo di scultura nella
facciata di detta chiesa tre ordini di colonne, l'una sopra
l'altra molto variatamente non solo nella foggia de' capitegli
e delle base, ma ancora nei fusi delle colonne, essendo fra
esse alcune grosse, alcune sottili, altre a due a due, altre
a quattro a quattro ligate insieme; parimente alcune sono
avolte a guisa di vita et alcune fatte diventar figure che
reggono, con diversi intagli. Vi fece ancora molti animali
di diverse sorti che reggono i pesi, col mez[z]o della schiena,
di queste colonne, e tutti con le più strane e stravaganti
invenzioni che si possino imaginare, e non pur fuori del buono
ordine antico, ma quasi fuor d'ogni giusta e ragionevole proporzione.
Ma con tutto ciò, chi va bene considerando il tutto,
vede che egli andò sforzandosi di far bene e pensò
per avventura averlo trovato in quel modo di fare e in quella
capricciosa varietà. Fece il medesimo di scultura,
ne l'arco che è sopra la porta di detta chiesa, di
maniera barbara, un Dio Padre con certi Angeli di mezzo rilievo
assai grandi, e nell'arco intagliò i dodici mesi, ponendovi
sotto il nome suo in lettere tonde, come si costumava, et
il millesimo, cioè l'anno MCCXVI. Dicesi che Marchionne
fece in Roma, per il medesimo papa Innocenzio Terzo, in Borgo
Vecchio l'edifizio antico dello spedale e chiesa di S. Spi
rito in Sassia, dove si vede ancora qualche cosa del vecchio;
et a' giorni nostri era in piedi la chiesa antica, quando
fu rifatta alla mo derna con maggior ornamento e disegno da
papa Paulo Terzo di casa Farnese. Et in Santa Maria Maggiore,
pur di Roma, fece la ca pella di marmo dove è il presepio
di Gesù Cristo. In essa fu ritratto da lui papa Onorio
Terzo di naturale, del quale anco fece la sepoltura con ornamenti
alquanto migliori e assai diversi della maniera che al lora
si usava per tutta Italia comunemente. Fece anco Marchionne,
in que' medesimi tempi, la porta del fianco di S. Piero di
Bologna, che veramente fu opera in que' tempi di grandissima
fattura per i molti intagli che in essa si veggiono, come
leoni tondi che sostengono colonne et uomini a uso di fac[c]hini
et altri animali che reggono pesi, e nell'arco di sopra fece
di tondo rilievo i dodici mesi con varie fantasie, et ad ogni
mese il suo segno celeste: la quale opera dovette in que'
tempi essere tenuta maravigliosa. Nei medesimi tempi, essendo
cominciata la Religione de' Frati Minori di S. Francesco la
quale fu dal detto Innocenzio Terzo ponte fice confermata
l'anno 1206, crebbe di maniera, non solo in Italia ma in tutte
l'altre parti del mondo, così la divozione come il
numero de' frati, che non fu quasi alcuna città di
conto che non edificasse loro chiese e conventi di grandissima
spesa, e ciascuna secondo il po ter suo. Laonde, avendo frate
Elia due anni inanzi la morte di S. Fran cesco edificato,
mentr'esso Santo come Generale era fuori a predicare et egli
guardiano in Ascesi, una chiesa col titolo di Nostra Donna,
morto che fu S. Francesco, concorrendo tutta la cristianità
a visitar il corpo di S. Francesco che in morte e in vita
era stato conosciuto tanto amico di Dio, e facendo ogni uomo
al santo luogo limosina se condo il poter suo, fu ordinato
che la detta chiesa cominciata da frate Elia si facesse molto
maggiore e più magnifica. Ma essendo care stia di buoni
architettori et avendo l'opera che si aveva da fare biso gno
d'uno ecc[ellente], avendosi a edificar sopra un colle altissimo,
alle radici del quale camina un torrente chiamato Tescio,
fu condotto in Ascesi dopo molta considerazione, come migliore
di quanti allora si ritrovavano, un maestro Iacopo Tedesco.
Il quale, considerato il sito et intesa la volontà
de' Padri, i quali fecero per ciò in Ascesi un capitolo
generale, disegnò un corpo di chiesa e convento bellissi
mo, facendo nel modello tre ordini: uno da farsi sottoterra
e gl'altri per due chiese, una delle quali sul primo piano
servisse per piazza con un portico intorno assai grande, l'altra
per chiesa, e che dalla prima si salisse alla seconda per
un ordine commodissimo di scale le quali girassono intorno
alla capella maggiore, inginoc[c]hian dosi in due pezzi per
condurre più agiatamente alla seconda chiesa, alla
quale diede forma d'un T, facendola cinque volte lunga quanto
ell'è larga e dividendo l'un vano dall'altro con pilastri
grandi di pietra, sopra i quali poi girò archi gagliardissimi,
e fra l'uno e l'altro le volte in crociera. Con sì
fatto, dunque, modello se fece questa vera mente grandissima
fabrica, e si seguitò in tutte le parti, eccetto che
nelle spalle di sopra, che avevano a mettere in mezzo la tribuna
e [la] capella maggiore e fare le volte a crociere: perché
non le fecero come si è detto, ma in mezzo tondo a
botte, perché fussero più forti. Mi sero poi,
dinanzi alla capella maggiore della chiesa di sotto, l'altare,
e sotto quello, quando fu finito, collocarono con solennissima
trasla zione il corpo di S. Francesco. E perché la
propria sepoltura che serba il corpo del glorioso Santo è
nella prima, cioè nella più bassa chiesa dove
non va mai nessuno e che ha le porte murate, intorno al detto
altare sono grate di ferro grandissime, con ricchi ornamenti
di mar mo e di musaico, che laggiù riguardano. È
accompagnata questa mu raglia dall'uno de' lati da due sagrestie
e da un campanile altissimo, cioè cinque volte alto
quanto egli è largo; aveva sopra una piramide altissima
a otto facce, ma fu levata perché minacciava rovina.
La qual opera tutta fu condotta a fine nello spazio di quattro
anni e non più dall'ingegno di maestro Iacopo Tedesco
e dalla sollecitudine di frate Elia, dopo la morte del quale,
perché tanta machina per alcun tempo mai non rovinasse,
furono fatti intorno alla chiesa di sotto 12 gagliardissimi
torrioni, et in ciascun d'essi una scala a chiocciola che
saglie da terra insino in cima. E col tempo poi vi sono state
fatte molte capelle et altri ricchissimi ornamenti, de' quali
non fa bisogno altro raccontare, essendo questo intorno a
ciò per ora abastanza, e massimamente potendo ognuno
veder quanto a questo principio di maestro Iacopo abbiano
aggiunto utilità, ornamento e bellezza molti sommi
ponte fici, cardinali, principi et altri gran personaggi di
tutta Europa. Ora, per tornare a maestro Iacopo, egli mediante
questa opera si acquistò tanta fama per tutta Italia
che fu da chi governava allora la città di Firenze
chiamato e poi ricevuto quanto più non si può
dire volentieri, se bene, secondo l'uso che hanno i Fiorentini,
e più avevano anticamente, d'abbreviare i nomi, non
Iacopo ma Lapo lo chiamarono in tutto il tempo di sua vita,
perché abitò sempre con tutta la sua famiglia
questa città. E se bene andò in diversi tempi
a fare molti edifizii per Toscana come fu in Casentino il
palazzo di Poppi a quel conte, che aveva avuto per moglie
la bella Gualdrada et in dote il Casentino, agl'Aretini il
Vescovado et il Palazzo Vecchio de' signori di Pietramala
-, fu nondimeno sempre la sua stanza in Firenze, dove fondate
l'anno 1218 le pile del Ponte alla Carraia, che allora si
chiamò il Ponte Nuovo, le diede finite in due anni,
et in poco tempo poi fu fatto il rimanente di legname, come
allora si costumava. E l'anno 1221 diede il disegno e fu cominciata
con ordine suo la chiesa di S. Salvadore del Vescovado e quella
di S. Michele a piazza Padella, dove sono alcune sculture
della maniera di que' tempi. Poi, dato il disegno di scolare
l'acque della città, fatto alzare la piazza di S. Gio
vanni, e fatto al tempo di messer Rubaconte da Mandella milanese
il ponte che dal medesimo ritiene il nome, e trovato l'utilissimo
modo di lastricare le strade, che prima si mattonavano, fece
il mo dello del palagio oggi del Podestà, che allora
si fabricò per gl'An ziani; e mandato finalmente il
modello d'una sepoltura in Sicilia alla Badia di Monreale
per Federigo imperadore e d'ordine di Manfredi, si morì,
lasciando Arnolfo suo figliuolo erede non meno della virtù
che delle facultà paterne. Il quale Arnolfo, dalla
cui virtù non manco ebbe miglioramento l'architettura
che da Cimabue la pittura avuto s'avesse, essendo nato l'anno
1232 era, quando il padre morì, di trenta anni et in
grandissi mo credito; perciò che, avendo imparato non
solo dal padre tutto quello che sapeva ma appresso Cimabue
dato opera al disegno per servirsene anco nella scultura,
era in tanto tenuto il migliore archi tetto di Toscana, che
non pure fondarono i Fiorentini col parere suo l'ultimo cerchio
delle mura della loro città l'anno 1284, e fecero secondo
il disegno di lui, di mattoni e con un semplice tetto di so
pra la loggia et i pilastri d'Orsanmichele, dove si vendeva
il grano, ma delibera[ro]no per suo consiglio, il medesimo
anno che rovinò il poggio de' Magnuoli dalla Costa
di S. Giorgio sopra S. Lucia nella via de' Bardi, mediante
un decreto publico, che in detto luogo non si murasse più
né si facesse alcuno edificio giamai: attesoché
per i relassi delle pietre, che hanno sotto gemiti d'acque,
sarebbe sempre peri coloso qualunche edifizio vi si facesse;
la qual cosa esser vera si è ve duto a' giorni nostri,
con rovina di molti edifizii e magnifiche case di gentiluomini.
L'anno poi 1285 fondò la loggia e piazza de' Priori,
e fece la capella maggiore e le due che la mettono in mezzo
della Badia di Firenze, rinovando la chiesa et il coro, che
prima molto minore aveva fatto fare il conte Ugo fondatore
di quella Badia, e facendo per lo cardinale Giovanni degl'Orsini,
legato del Papa in Toscana, il campanile di detta chiesa,
che fu secondo l'opere di que' tempi lodato assai, comeché
non avesse il suo finimento di macigni se non poi l'anno 1330.
Dopo ciò fu fondata col suo disegno, l'anno 1294, la
chiesa di S. Croce, dove stanno i Frati Minori, la quale condusse
Arnolfo tanto grande nella navata del mezzo e nelle due minori,
che con molto giudizio, non potendo fare sotto 'l tetto le
volte per lo troppo gran spazio, fece fare archi da pilastro
a pilastro e sopra quelli i tetti a frontespizio per mandar
via l'acque piovane con docce di pietra murata sopra detti
archi, dando loro tanto pendìo, che fus sero sicuri,
come sono, i tetti dal pericolo dell'infracidare: la qual
co sa, quanto fu nuova et ingegnosa, tanto fu utile e degna
d'essere oggi considerata; diede poi il disegno de' primi
chiostri del convento vec chio di quella chiesa. E poco appresso
fece levare d'intorno al tem pio di S. Giovanni, dalla banda
di fuori, tutte l'arche e sepolture che vi erano di marmo
e di macigno, e metterne parte dietro al campani le, nella
facciata della calonaca, allato alla Compagnia di S. Zanobi,
e rincrostar poi di marmi neri di Prato tutte le otto facciate
di fuori di detto S. Giovanni, levandone i macigni che prima
erano fra que' mar mi antichi. Volendo in questo mentre i
Fiorentini murare, in Valdar no di sopra, il castello di S.
Giovanni e Castelfranco per commodo della città e delle
vettovaglie mediante i mercati, ne fece Arnolfo il disegno
l'anno 1295, e sotisfece di maniera così in questa
come aveva fatto nell'altre cose, che fu fatto cittadino fiorentino.
Dopo queste cose, deliberando i Fiorentini, come racconta
Giovan Villani nelle sue Istorie, di fare una chiesa principale
nella loro città, e farla tale che per grandezza e
magnificenza non si po tesse disiderare né maggiore
né più bella dall'industria e potere de gl'uomini,
fece Arnolfo il disegno et il modello del non mai abastanza
lodato tempio di S. Maria del Fiore, ordinando che s'incrostasse
di fuori tutta di marmi lavorati, con tante cornici, pilastri,
colonne, in tagli di fogliami, figure et altre cose con quante
ella oggi si vede condotta, se non interamente, a una gran
parte almeno della sua per fezzione. E quello che in ciò
fu sopra tutte l'altre cose maraviglioso fu questo, che incorporando
oltre S. Reparata altre piccole chiese e case che l'erano
intorno, nel fare la pianta, che è bellissima fece
con tanta diligenza e giudizio fare i fondamenti di sì
gran fabrica larghi e profondi, riempiendogli di buona materia,
cioè di ghiaia e calcina, e di pietre grosse in fondo
(là dove ancora la piazza si chiama: lungo i fondamenti),
che eglino hanno benissimo potuto, come oggi si vede, reggere
il peso della gran machina della cupola che Filippo di ser
Brunellesco le voltò sopra. Il principio de' quali
fondamenti, e di tanto tempio, fu con molta solennità
celebrato, perciò che il giorno della natività
di Nostra Donna del 1298 fu gettata la prima pietra dal cardinale
legato del Papa in presenza non pure di molti vescovi e di
tutto il clero, ma del podestà ancora, capitani, priori
et altri magistrati della città, anzi di tutto il popolo
di Firenze, chiamandola S. Maria del Fiore. E perché
si stimò le spese di questa fabrica dovere essere,
come poi son state, grandissime, fu posta una gabella alla
camera del Comune di qua[t]tro danari per lira di tutto quello
che si mettesse a uscita, e due soldi per testa l'anno, senzaché
'l Papa et il legato concedettono grandissime indulgenze a
coloro che per ciò le porges sino limosine. Non tacerò
ancora che, oltre ai fondamenti larghissimi e profondi quindici
braccia, furono con molta considerazione fatti a ogni angolo
dell'otto facce quegli sproni di muraglie, perciò che
essi furono poi quelli che assicurarono l'animo del Brunellesco
a porvi sopra molto maggior peso di quello che forse Arnolfo
aveva pensato di porvi. Dicesi che, cominciandosi di marmo
le due prime porte de' fianchi di S. Maria del Fiore, fece
Arnolfo intagliare in un fregio alcune foglie di fico, che
erano l'arme sua e di maestro Lapo suo padre, e che perciò
si può credere che da costui avesse origine la fa miglia
de' Lapi, oggi nobile in Fiorenza; altri dicono similmente
che dei discendenti d'Arnolfo discese Filippo di ser Brunellesco.
Ma lasciando questo, perché altri credono che i Lapi
siano venuti da Figaruolo, castello in su le foci del Po,
e tornando al nostro Arnolfo, dico che per la grandezza di
questa opera egli merita infinita lode e nome eterno, avendola
massimamente fatta incrostare di fuori tutta di marmi di più
colori e dentro di pietra forte, e fatte insino le mini me
cantonate di quella stessa pietra. Ma perché ognuno
sappia la grandezza apunto di questa maravigliosa fabrica,
dico che dalla porta insino all'ultimo della capella di S.
Zanobi è la lunghezza di braccia dugentosessanta, è
larga nelle crociere centosessantasei, nelle tre navi braccia
sessantasei; la nave sola nel mezzo è alta braccia
settantadue, e l'altre due nave minori braccia quarantotto;
il circuito di fuori di tutta la chiesa è braccia 1280,
la cupola è da terra insino al piano della lanterna
braccia centocinquantaquattro; la lanterna senza la palla
è alta braccia trentasei, la palla alta braccia quattro,
la croce alta brac cia otto; tutta la cupola da terra insino
alla sommità della croce è braccia dugentodue.
Ma tornando ad Arnolfo, dico che essendo tenuto, come era,
ecc[ellentissimo], s'era acquistato tanta fede che niuna cosa
d'impor tanza senza il suo consiglio si deliberava; onde il
medesimo anno, es sendosi finito di fondar dal Comune di Firenze
l'ultimo cerchio delle mura della città, come si disse
di sopra essersi già cominciato, e così i torrioni
delle porte e in gran parte tirati inanzi, diede al Palazzo
de' Signori principio e disegno, a somiglianza di quello che
in Casentino aveva fatto Lapo suo padre ai conti di Poppi.
Ma non potette già, comeché magnifico e grande
lo disegnasse, dargli quella perfezzione che l'arte et il
giudizio suo richiedevano, perciò che, essendo state
disfatte e mandate per terra le case degl'Uberti, rubelli
del popolo fiorentino e ghibellini, e fattone piazza, potette
tanto la sciocca ca parbietà d'alcuni, che non ebbe
forza Arnolfo, per molte ragioni che alegasse, di far sì
che gli fusse conceduto almeno mettere il palazzo in isquadra,
per non avere voluto chi governava che in modo nessuno il
palazzo avesse i fondamenti in sul terreno degl'Uberti rebelli,
e più tosto comportarono che si gettasse per terra
la navata di verso tramontana di S. Piero Scheraggio che lasciarlo
fare in mezzo della piazza con le sue misure; oltreché
volsono ancora che si unisse et accomodasse nel palazzo la
torre de' Foraboschi, chiamata la torre della Vacca, alta
cinquanta braccia, per uso della campana grossa, et insieme
con essa alcune case comperate dal Comune per cotale edi fizio.
Per le quali cagioni niuno maravigliare si dee se il fondamento
del palazzo è bieco e fuor di squadra, essendo stato
forza, per ac commodar la torre nel mezzo e renderla più
forte, fasciarla intorno colle mura del palazzo, le quali
da Giorgio Vasari pittore e architetto essendo state scoperte
l'anno 1561 per rassettare il detto pa lazzo al tempo del
duca Cosimo, sono state trovate bonissime. Aven do dunque
Arnolfo ripiena la detta torre di buona materia, ad altri
maestri fu poi facile farvi sopra il campanile altissimo che
oggi vi si vede, non avendo egli in termine di due anni finito
se non il palazzo, il quale poi, di tempo in tempo, ha ricevuto
que' miglioramenti che lo fanno esser oggi di quella grandezza
e maestà che si vede. Dopo le quali tutte cose e altre
molte che fece Arnolfo, non meno commode e utili che belle,
essendo d'anni settanta, morì nel 1300, nel tempo apunto
che Giovanni Villani cominciò a scrivere l'istorie
uni versali de' tempi suoi. E perché lasciò
non pure fondata S. Maria del Fiore, ma voltate, con sua molta
gloria, le tre principali tribune di quella, che sono sotto
la cupola, meritò che di sé fusse fatto memoria
in sul canto della chiesa dirimpetto al campanile, con questi
versi intagliati in marmo con lettere tonde: ANNIS MILLENIS
CENTUM BIS OCTO NOGENIS VENIT LEGATUS ROMA BONITATE DOTATUS
QUI LAPIDEM FIXIT FUNDO SIMUL ET BENEDIXIT. PRAESULE FRANCISCO
GESTANTE PONTIFICATUM 20 ISTUD AB ARNOLPHO TEMPLUM FUIT AEDIFICATUM.
HOC OPUS INSIGNE DECORANS FLORENTIA DIGNE REGINAE COELI CONSTRUXIT
MENTE FIDELI, QUAM TU VIRGO PIA SEMPER DEFENDE MARIA. Di questo
Arnolfo avemo scritta con quella brevità che si è
potuta maggiore la Vita, perché, se bene l'opere sue
non s'appressano a gran pezzo alla perfezzione delle cose
d'oggi, egli merita nondimeno es sere con amorevole memoria
celebrato, avendo egli fra tante tenebre mostrato a quelli
che sono stati dopo sé la via di caminare alla per
fezzione. Il ritratto d'Arnolfo si vede di mano di Giotto
in S. Croce, a lato alla capella maggiore, dove i frati piangono
la morte di S. Francesco, nel principio della storia in uno
d'i due uomini che parlano insieme. Et il ritratto della chiesa
di S. Maria del Fiore, cioè del difuori con la cupola,
si vede di mano di Simon Sanese nel capitolo di S. Maria Novella,
ricavato dal proprio di legname che fece Arnolfo. Nel che
si considera che egli aveva pensato di voltare imediate la
tribuna in su le spalle al finimento della prima cornice,
là dove Filippo di ser Brunelesco, per levarle carico
e farla più svelta, vi aggiunse, prima che cominciasse
a voltarla, tutta quella altezza dove oggi sono gl'occhi;
la qual cosa sarebbe ancora più chiara di quello ch'ell'è,
se la poca cura e diligenza di chi ha governato l'Opera di
S. Maria del Fiore negl'anni adietro non avesse lasciato andar
male l'istesso mo dello che fece Arnolfo, e dipoi quello del
Brunellesco e degl'altri. Il fine della Vita d'Arnolfo. AVERTIMENTO
AI LETTORI NELLA VITA DI ARNOLFO A CARTE 91 Cominciò
il detto Arnolfo in Santa Maria Maggiore di Roma la se poltura
di papa Onorio Terzo di casa Savella, la quale lasciò
imper fetta con il ritratto del detto Papa, il quale con il
suo disegno fu posto poi nella cappella maggiore di musaico
in San Paolo di Roma, con il ritratto di Giovanni Gaetano
abate di quel monasterio. E la cappella di marmo dove è
il presepio di Iesù Cristo fu delle ultime sculture
di marmo che facesse mai Arnolfo, che la fece ad istanzia
di Pandolfo Ipotecorvo l'anno dodici, come ne fa fede uno
epitaffio che è nella facciata allato [di] detta cappella.
E parimente la cappella e sepolcro di papa Bonifazio Ottavo
in San Piero di Roma, dove è scolpito il medesimo nome
di Arnolfo che la lavorò. |
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Ministero
per i Beni e le Attività Culturali Direzione Generale
per i Beni Librari e gli Istituti Culturali Comitato
Nazionale VII Centenario della Morte di Arnolfo di Cambio
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Comune
di S.Giovanni Valdarno
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Regione
Toscana
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Provincia
di Arezzo
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Storia
della Città
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Fondazione
Monte dei Paschi di Siena
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La
Castelnuovese
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